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Bene le misure anti-casta, ma nel rispetto del diritto

- di: Diego Minuti
 
La questione dei vitalizi ha rimesso in piedi il circo della politica nel senso che, come accaduto troppe altre volte in passato, si mischiano strumentalmente e forse con un pizzico di ignoranza cose che non hanno attinenza, come conseguenza di scelte che hanno senso e giustificazioni, ma che per essere attuate ricorrono a bizzarre interpretazioni di leggi e regolamenti.

Partiamo dal principio.
Togliere i vitalizi, soprattutto quelli più scandalosi, riconosciuti anche a chi ha trascorso pochissimo tempo in parlamento, è un atto di giustizia sociale, in special modo in un periodo come quello che stiamo vivendo (ma il taglio è antecedente), in cui molte famiglie sono ad un passo dalla povertà reale, non quella virtuale che consente a tanti di accedere, immeritatamente, ai redditi di sopravvivenza elargiti in giro.

Revocare il taglio dei vitalizi mentre la nave affonda è segno di disprezzo verso chi è in difficoltà. E la rivolta con cui è stata accolta la decisione della Commissione Contenziosa del Senato (nome ridicolo, ma è questo) è politicamente ineccepibile, anzi totalmente condivisibile, mentre il Paese è in ginocchio e i tanti interventi promessi sono ancora lontani dall'essere erogati.
La decisione della Commissione (composta cinque elementi, due dei quali devono essere tecnici di altissimo profilo) potrebbe essere impugnata e il ricorso che l'ha motivata essere mandato al vaglio di un altro organismo del Senato, il Consiglio di giurisdizione, i cui componenti si troveranno in una posizione affatto facile. Così come non è facile spiegarne il perché.
Il pronunciamento della Commissione Contenziosa, ripeto politicamente censurabile, non può essere stata adottata in spregio alla legge. In sostanza, c'è una base giuridica per questa decisione che nulla ha a che fare con la motivazione politica del taglio.

Il taglio dei vitalizi è stato deciso in un preciso momento politico, in cui la ''casta'' era sotto violento attacco, con la necessità di dire al popolo che c'era la volontà di stroncare questa prebenda ritenuta immorale. In politica tutto è possibile, a patto di non adottare decisioni violando la legge o ritenendo che essa possa essere superata in virtù di un presunto primato morale.
A sostenere le ragioni di circa 300 ex senatori (e, in altra sede, di 700 ex inquilini di Montecitorio) è Maurizio Paniz, avvocato e lui stesso ex parlamentare, secondo il quale la delibera che ha portato al taglio dei vitalizi era, per come è stata, da annullare ''a fronte della giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale e del diritto dell'Unione europea''.
Secondo Paniz, la delibera del taglio non rispettava nessuno dei cinque requisiti necessari: non retroattività; non essere definitiva nel tempo; valenza erga omnes e non per una singola categoria; congruità negli effetti; chiarezza sulla destinazione delle somme risparmiate.

Da un punto di vista formale probabilmente Paniz ha ragione ed in qualche modo suffraga questo assunto il fatto che i due 'tecnici' della commissione gli abbiano dato ragione.
Ma oggi non si può gridare allo scandalo per una bocciatura che era nell'aria (almeno per chi ha anche solo pochi rudimenti di diritto) perché la delibera che ha deciso il taglio aveva una motivazione esclusivamente politica, per non dire emozionale. E quindi è stata adottata in fretta e furia senza invece darle una veste giuridicamente blindata.
È il solito discorso: si fa una legge (o una delibera) carente dal punto di vista giuridico e poi si urla se essa viene bocciata. E la cosa certo non sorprende perché a quel taglio è stato messo un cappello, quello dei Cinque stelle che non sempre sono impeccabili quando si tratta di mettere nero su bianco.

L'accoglimento del ricorso contro il taglio dei vitalizi, comunque, non può e non deve inficiare la lotta contro i privilegi ingiustificati e che facevano parte di un modo di fare politica totalmente distante dalla realtà, che significa la vita di chi di privilegi non ne ha, ovvero la stragrande maggioranza del Paese. Ma questo diritto all'eguaglianza non significa che ogni provvedimento può essere adottato senza dargli basi giuridiche solide che ne impediscano la cancellazione.

Questi mesi passati a vedere un parlamento spaccato anche su provvedimenti necessari e che non possono non essere condivisi ci hanno dato il quadro di evidente distacco tra i sogni e la realtà, tra l'impossibilità di essere contemporaneamente partito di governo e, contestualmente, vivere in modo compulsivo un movimentismo che nei fatti esiste solo in ristrette riserve indiane.

Dirsi ora infuriati è cercare di negare le proprie responsabilità, che sono molto maggiori in chi ha nelle sue mani le sorti del Paese. Che tutti oggi si dicano sgomenti fa parte della narrazione corrente della politica. Ma il fatto che importa è che questo benedetto taglio ora dovrà essere difeso, magari rimodulandolo non alla luce di passerelle e sceneggiate sui balconi dei palazzi del potere, ma con il conforto di un paio di libri fondamentali.
Quelli di diritto, italiano ed europeo.

Se poi guardiamo a quello che è accaduto ieri alla Camera, con l'ennesima piazzata di Vittorio Sgarbi, condita da insulti contro due colleghe (una delle quali, Mara Carfagna, presidente di aula), ci si chiede se non sia il caso, oltre che tagliare il numero dei parlamentari, di sottoporli a periodici accertamenti clinici e psichiatrici.
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