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La Fenice, Capodanno tra ovazioni e spilla del dissenso contro Venezi

- di: Vittorio Massi
 
La Fenice, Capodanno tra ovazioni e spilla del dissenso contro Venezi
La Fenice, Capodanno tra ovazioni e spilla del dissenso
Dieci minuti di applausi, saluti istituzionali saltati e una protesta “a vista”: il caso Venezi riscrive il galateo del teatro (e accende la politica). 

(Foto: il teatro La Fenice di Venezia).

Il paradosso, alla Fenice, si è presentato con l’eleganza di un frac: in sala festa piena, sul palco un debutto applaudito e una scaletta da cartolina, ma addosso a musicisti e maestro una piccola spilla dorata che diceva l’opposto del galateo. Perché il Concerto di Capodanno – quello che scorre nelle case in tarda mattinata, tra brindisi e canali – quest’anno ha avuto un secondo spartito: la protesta silenziosa contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale della Fondazione.

Il dettaglio che ha fatto rumore: il saluto che non c’è stato

A segnare la temperatura della vicenda non sono stati fischi o interruzioni (niente di tutto questo), ma un’assenza: è saltato il tradizionale saluto istituzionale prima dell’inizio. Un gesto che, in un teatro abituato ai rituali, vale quasi come un colpo di bacchetta. La spiegazione ufficiale è stata legata a impegni e incontri in extremis con rappresentanti delle istituzioni presenti. Ma il messaggio percepito da molti è rimasto lì, sospeso: quando manca il rito, resta la crepa.

La spilla del dissenso: simbolo minimo, messaggio massimo

La protesta ha scelto il linguaggio più tagliente che esista a teatro: quello dei simboli. Una spilla – chiave di violino e cuore, in una versione dorata – è comparsa su giacche e abiti di scena, ed è stata fatta circolare anche fuori dal teatro. È il segno di un fronte che, da mesi, chiede due cose: rimettere in discussione la nomina e chiarire le responsabilità gestionali legate al percorso che ha portato all’incarico.

Dietro l’oggetto c’è un’idea precisa: rendere la contestazione visibile senza trasformare il concerto in una resa dei conti. Il risultato è una specie di “sottovoce” collettivo: non si alza il volume, si alza il significato.

Il concerto come vetrina e come arena

Sul piano musicale, la mattina è scivolata nel solco della grande tradizione: orchestra e coro, solisti ospiti, pagine celebri e pubblico generoso negli applausi. Sul piano politico-culturale, però, il concerto è diventato una vetrina inevitabile: la Fenice non è solo un teatro, è un’istituzione cittadina, nazionale, simbolica. E quando l’istituzione è attraversata da una frattura, la diretta amplifica tutto: anche un accessorio al bavero.

Il nodo: che cosa si contesta davvero

Il cuore della contestazione non è una singola serata, ma il “come” e il “perché” di una scelta. La nomina di Venezi – destinata a diventare operativa più avanti, con un mandato pluriennale – è stata letta da parte dei lavoratori come una decisione calata dall’alto e non sufficientemente condivisa. Nelle critiche ricorrono due linee: da un lato la valutazione sul profilo artistico rispetto al peso storico della Fenice, dall’altro il tema della trasparenza delle procedure e del rapporto tra direzione e comunità artistica del teatro.

Il fattore “politica”: inevitabile, esplosivo

La vicenda è diventata rapidamente un caso nazionale perché Venezi è una figura molto esposta: presenza mediatica, posizioni pubbliche e un dibattito – spesso polarizzato – su merito, rappresentanza, e rapporti tra cultura e potere. In questo clima, ogni frase viene letta in controluce: difesa della scelta o difesa del metodo? critica artistica o critica ideologica? La realtà, come spesso accade, è più scomoda: tutte e due.

Le istituzioni: “dialogo” come parola d’ordine

La linea istituzionale, fin qui, è una: non arretrare, ma aprire un canale. L’idea più citata è quella di un incontro “operativo” tra le parti, fino a ipotizzare un concerto in un contesto neutro, quasi una prova generale di convivenza artistica. Il messaggio è riassumibile così: la nomina resta, però bisogna ricucire.

In questa cornice si colloca l’appello a concedere tempo e spazio alla nuova direttrice musicale per dimostrare sul campo. "Credo che sarebbe opportuno darle una possibilità" è la frase che rimbalza come sintesi politica dell’approccio: fiducia, verifica, e – nelle intenzioni – de-escalation.

La governance della Fenice: chi decide e con quali margini

Un punto spesso ignorato dal pubblico, ma decisivo, è l’architettura delle fondazioni lirico-sinfoniche: presidente e organi di indirizzo, sovrintendente, direzione artistica. La nomina del direttore musicale si colloca dentro questo perimetro, dove la legittimità formale non sempre coincide con la legittimazione “sociale” interna, cioè il consenso (o almeno l’accettazione) di chi suona, canta, lavora.

Proprio qui nasce la frizione: se una decisione è formalmente corretta ma percepita come non condivisa, il rischio è una lunga stagione di attrito quotidiano, fatta di comunicati, assemblee, simboli e – nei casi peggiori – scioperi che impattano produzioni, pubblico e bilanci.

Effetti collaterali: reputazione, pubblico, soldi

La Fenice arriva a questo passaggio con numeri rivendicati come positivi sul fronte delle entrate e della vendita dei biglietti. Ma il punto non è solo “quanto si incassa”: è che storia racconta il teatro a chi compra un biglietto o un abbonamento. Un’istituzione culturale vive anche di fiducia: artistica, manageriale, identitaria.

Per questo la spilla ha un peso che va oltre il metallo: comunica che una parte della casa non si sente ascoltata. E quando la casa è famosa nel mondo, il messaggio viaggia veloce.

Che cosa può succedere adesso

I possibili scenari sono tre, tutti imperfetti:

1) Ricucitura vera: incontro, calendario condiviso, ruolo definito con chiarezza, e progressiva normalizzazione.
2) Tregua armata: niente strappi clamorosi, ma tensione costante che erode clima e programmazione.
3) Nuova escalation: se il dialogo si inceppa, tornano iniziative più dure, con ricadute su stagioni e produzioni.

In mezzo c’è una variabile decisiva: la qualità delle relazioni interne. La musica, per definizione, funziona solo se l’insieme respira come uno. Il problema della Fenice, oggi, è che l’aria – dietro le quinte – sembra ancora fredda. 

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