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Big Mama e l’economia dei corpi osservati

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Big Mama e l’economia dei corpi osservati
Nel capitalismo digitale anche un cambiamento fisico smette di essere un fatto personale e diventa una variabile economica. Non contano le ragioni, non conta il percorso: conta la reazione. Il video di BigMama, apparsa dimagrita su TikTok e diventato virale in poche ore, mostra con chiarezza come funziona l’economia dell’attenzione. Attorno a quel corpo, e soprattutto attorno a una parola — “Finalmente” — si attiva una macchina che non ha nulla di emotivo e molto di finanziario.

Big Mama e l’economia dei corpi osservati

Ogni interazione sotto un contenuto non è solo una parola digitata. È un dato. Il commento del troll, la risposta indignata, il like solidale, persino il tempo passato a leggere senza intervenire vengono registrati, classificati, archiviati. Le piattaforme misurano quanto un contenuto trattiene l’utente, quanto lo spinge a reagire, quanto lo induce a restare. Più un video genera attrito, più aumenta il tempo di permanenza, una delle metriche centrali su cui si costruisce il valore pubblicitario.

Il troll come ingranaggio del sistema

In questo schema il troll non è una deviazione, ma una funzione. Il commento divisivo produce polarizzazione e la polarizzazione rende il contenuto più performante per l’algoritmo. Il sistema non distingue tra consenso e dissenso: entrambi alimentano il flusso. Da quel flusso nascono profili comportamentali sempre più precisi. Chi difende BigMama viene associato a determinate sensibilità culturali, chi la attacca a modelli estetici o linguaggi aggressivi. Tutto serve a migliorare la capacità della piattaforma di vendere pubblicità mirata.
Lavoro gratuito, valore reale

Il punto centrale è che il troll non viene pagato. Produce valore economico senza saperlo. Ogni commento offensivo aumenta le impression pubblicitarie, ogni discussione accesa raffina la profilazione degli utenti. Il profitto resta alle piattaforme, mentre i costi vengono scaricati altrove: pressione psicologica, normalizzazione del giudizio sui corpi, esposizione continua allo sguardo collettivo.
Il “complimento” che rende

“Finalmente sei bella” è una frase perfetta per questo meccanismo perché è ambigua. Non è un insulto esplicito, ma contiene un giudizio retroattivo. Divide, costringe a reagire, moltiplica le risposte. Dal punto di vista economico è una miccia: più commenti, più dati, più valore estratto. Dal punto di vista umano è un atto a costo zero per chi scrive e ad alto impatto simbolico per chi lo riceve.

La risposta che interrompe il ciclo
La replica di BigMama — “Sono sempre stata bella” — spezza la catena. Non apre una narrazione di sacrificio, non giustifica il dimagrimento, non trasforma il corpo in una storia di redenzione. In termini economici significa sottrarre materia prima al sistema: meno conflitto, meno interazioni a cascata, meno dati raffinati da monetizzare.
Identità come capitale

C’è anche una dimensione strategica.
BigMama ha costruito nel tempo un’identità pubblica coerente, che nel mercato culturale funziona come capitale simbolico. Accettare il racconto del “prima e dopo” significherebbe svalutarlo, trasformandolo in engagement immediato ma fragile. Rifiutarlo vuol dire proteggere il valore nel lungo periodo, evitando che il corpo diventi una risorsa da sfruttare a ogni ciclo algoritmico.

Quando il silenzio pesa

Il web non giudica: contabilizza. Ogni emozione viene tradotta in metrica, ogni polemica in dato, ogni troll in produttore involontario di profitto. Quando una figura pubblica chiude il discorso invece di alimentarlo, non compie solo un gesto culturale. Compie un atto economico: riduce il rumore, rallenta l’estrazione di valore e riafferma il controllo sul proprio spazio pubblico. In un sistema che vive di conflitto permanente, anche una frase definitiva ha un peso misurabile.

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