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Israele stringe sulle Ong a Gaza: stop a 37 gruppi, allarme aiuti

- di: Bruno Legni
 
Israele stringe sulle Ong a Gaza: stop a 37 gruppi, allarme aiuti

Israele stringe sulle Ong a Gaza: stop a 37 gruppi, allarme aiuti

Licenze non rinnovate senza dati sul personale: Onu e Ue insorgono, le organizzazioni temono un buco negli interventi salvavita e nuove pressioni su staff già allo stremo.

(Foto: il primo ministro Israeliano, Benjamin Netanihau)

 Una stretta che fa tremare la filiera degli aiuti: Israele ha avvisato decine di organizzazioni umanitarie internazionali che, in assenza di nuovi adempimenti legati a requisiti di “sicurezza” e “trasparenza”, le loro licenze non saranno rinnovate e l’operatività a Gaza dovrà ridursi fino a fermarsi. Il numero che rimbalza nei briefing e nelle cancellerie è diventato un titolo da solo: 37 Ong. Il punto di attrito è soprattutto uno: la richiesta di informazioni dettagliate sul personale (in particolare lo staff palestinese) e su aspetti organizzativi e finanziari. Tel Aviv sostiene che la misura serva a evitare infiltrazioni e utilizzi impropri delle strutture umanitarie da parte di gruppi armati. Le Ong ribattono che così si alza un muro proprio dove la situazione resta esplosiva e i bisogni, anche dopo i cessate il fuoco più fragili, non si spengono ma cambiano forma: dall’emergenza pura alla sopravvivenza quotidiana.

Che cosa cambia, in concreto

Secondo le comunicazioni riferite da più fonti internazionali, la sospensione o mancata estensione dei permessi si traduce in una conseguenza molto pratica: meno personale internazionale in ingresso, più difficoltà nel far arrivare materiale e nell’aprire o mantenere punti di assistenza, e un effetto domino su servizi che non sono “accessori” ma essenziali, come sanità, acqua, protezione, ripari, supporto psicologico.

Alcune organizzazioni sottolineano inoltre un altro fronte: norme europee sulla protezione dei dati e, soprattutto, la sicurezza fisica degli operatori locali. In un contesto di guerra, ogni elenco di nomi è percepito come un oggetto sensibile.

Il nervo scoperto: dati personali e rischio per gli operatori

Il dibattito non è solo burocratico. Per chi lavora sul terreno, la richiesta di informazioni sul personale diventa una questione di vita reale, non di scartoffie. C’è chi teme che i dati possano finire in circuiti di controllo o intelligence, o che possano esporre a pressioni, ritorsioni, minacce.

"Accettare che una parte in conflitto valuti e filtri il nostro personale mina i principi umanitari, a partire da neutralità e indipendenza"

È una delle obiezioni più ricorrenti tra le reti che coordinano le agenzie impegnate tra Gaza e Cisgiordania. E torna un altro elemento che pesa come un macigno: il bilancio umano degli operatori uccisi durante la guerra, citato da diverse organizzazioni come prova di un rischio già altissimo.

Le Ong coinvolte e il timore dell’effetto “buco”

Nell’elenco dei gruppi citati da più ricostruzioni internazionali compaiono nomi che, in qualunque crisi, sono sinonimo di colonna portante: Medici senza frontiere (MSF), Norwegian Refugee Council, CARE, Oxfam, World Vision, oltre a realtà che operano in consorzi e reti, talvolta come “bracci” locali di grandi federazioni.

MSF, che a Gaza sostiene una quota importante della capacità ospedaliera e dell’assistenza ostetrica, teme un impatto immediato sulle cure: meno medici in rotazione, meno logistica, più carico su squadre locali già sfinite.

"L’assistenza umanitaria è benvenuta; lo sfruttamento di cornici umanitarie per fini terroristici non lo è"

È invece la linea del governo israeliano, che insiste sulla necessità di impedire infiltrazioni. Sul tavolo restano anche contestazioni specifiche: in alcuni casi Israele sostiene di avere elementi su possibili legami di singoli lavoratori con gruppi armati; le organizzazioni interessate respingono l’idea di “assunzioni consapevoli” di persone impegnate in attività militari e rivendicano procedure interne di verifica.

La reazione europea: “Barriere da rimuovere”

Da Bruxelles il messaggio è arrivato netto: bloccare o comprimere le attività di grandi Ong equivale, nei fatti, a ridurre aiuti che salvano vite. L’Unione europea chiede che gli ostacoli all’accesso umanitario vengano tolti e che le regole non diventino un filtro politico mascherato da adempimento tecnico.

"Se si fermano le Ong internazionali, si fermano anche gli aiuti salvavita. Le barriere all’accesso umanitario devono essere rimosse"

Il nodo, per l’Ue, è duplice: da un lato l’effetto sul terreno; dall’altro la tenuta del diritto umanitario internazionale, che prevede protezione per chi presta soccorso e per i civili che ne dipendono.

Onu durissima: “Una scelta scandalosa”

Ancora più tagliente la posizione delle Nazioni Unite sul fronte diritti umani: l’idea di sospensioni considerate arbitrarie viene descritta come un acceleratore di sofferenza per una popolazione già al limite.

"Sospensioni arbitrarie aggravano una situazione già intollerabile"

Il ragionamento è semplice e brutale: quando un sistema di aiuti è fragile, basta togliere alcuni ingranaggi per far saltare la macchina. E a Gaza, dopo mesi di distruzione e spostamenti forzati, la macchina è già sotto sforzo continuo.

Il precedente Unrwa e la battaglia sulle “regole”

Lo scontro si inserisce in una traiettoria più lunga: Israele ha già irrigidito negli ultimi anni la relazione con alcune componenti del sistema umanitario internazionale, in particolare con l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi Unrwa. La partita, qui, non è solo Gaza: è anche chi può operare, con quali permessi, con quali canali.

In parallelo, si moltiplicano i segnali di tensione tra governo israeliano e Nazioni Unite su leggi e misure che incidono su servizi essenziali e sull’accesso alle strutture, alimentando una battaglia legale e diplomatica destinata a proseguire.

Il rimpallo delle cifre: impatto “minimo” o danno strutturale?

Un punto, nella comunicazione israeliana, è ricorrente: le organizzazioni colpite rappresenterebbero una quota ridotta dei flussi complessivi di aiuti, e dunque l’effetto sarebbe contenuto. Le Ong e diversi osservatori contestano l’impostazione: non conta solo il volume totale, ma quali servizi quelle organizzazioni garantiscono e dove (ospedali, cliniche, protezione, ripari, distribuzioni mirate).

In altre parole: anche se l’insieme dei camion restasse uguale, se salta chi gestisce la parte “delicata” — la sanità, le maternità, i rifugi, la protezione dei più vulnerabili — l’impatto può essere enorme.

Che cosa succede ora: 60 giorni, ricorsi e diplomazia

La finestra indicata per adeguarsi o contestare i provvedimenti è una corsa a ostacoli. Sul piano operativo, le organizzazioni valutano vie alternative: ricorsi, negoziati tecnici, forme di verifica tramite terze parti. Sul piano politico, la pressione internazionale è destinata ad aumentare: Ue e Onu temono che la misura diventi un precedente capace di restringere ulteriormente lo spazio umanitario.

Nel frattempo, a Gaza il calendario non aspetta: l’inverno, i bisogni sanitari, la ricostruzione “minima” per rendere abitabili alcuni spazi e la gestione degli sfollati continuano a richiedere una cosa sola, ripetuta da chi opera sul campo come un mantra: accesso stabile e prevedibile.

 

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