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Missili, blackout e droni: Teheran e Tel Aviv si colpiscono al buio

- di: Jole Rosati
 
Missili, blackout e droni: Teheran e Tel Aviv si colpiscono al buio
La notte tra il 15 e il 16 giugno è stata la più intensa dall’inizio del conflitto. Attacchi simultanei su tre fronti, cyberwar, sirene a Gerusalemme e blackout a Isfahan. Nessuna tregua, nessuna mediazione.

TEHERAN / TEL AVIV 
Era una notte d’estate qualunque, ma si è trasformata in sei ore di assedio incrociato. Dalle 22 di sabato 15 giugno alle 4 del mattino del 16, la guerra tra Iran e Israele ha accelerato bruscamente su scala militare, tecnologica e psicologica. Non è stato solo un attacco. È stato un crollo multiplo: delle difese, delle comunicazioni, delle illusioni di controllo.
Le prime sirene sono scattate a Haifa alle 22.04, poi a Nahariya, Ashkelon, Netivot e persino a Gerusalemme Est. Fonti dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) hanno parlato di “una pioggia di missili” provenienti dalla regione di Kermanshah, nell’ovest iraniano. “Almeno 26 vettori balistici a medio raggio Shahab-3, alcuni dotati di testate esplosive multiple”, ha dichiarato una fonte militare israeliana a Yedioth Ahronoth. “Cinque hanno bucato la difesa Iron Dome. È stato un colpo alla nostra sicurezza psicologica”.
Due missili hanno colpito l’area industriale di Ashdod, incendiando un deposito di carburanti. Uno ha centrato un hangar dell’aviazione militare a Ramat David, provocando “danni non quantificabili”, secondo un comunicato diffuso alle 2.11 dal ministero della Difesa israeliano. Le autorità locali hanno invitato la popolazione a restare nei rifugi “fino a nuova comunicazione”.
Ma la risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere. Appena mezz’ora dopo l’inizio dell’attacco, l’aviazione ha lanciato un’operazione congiunta: droni suicidi Harop, missili aria-superficie e F-35 partiti dalla base di Nevatim hanno colpito tre installazioni radar e un centro di comando delle Guardie rivoluzionarie a Isfahan. Le esplosioni si sono udite in piena città, dove secondo fonti locali “il cielo si è acceso a giorno per quasi due minuti”.
Alle 23.57 l’intera provincia iraniana è piombata nel buio. Blackout totale in due distretti urbani, poi interruzioni a intermittenza fino all’alba. Alle 00.20, la rete elettrica nazionale ha deviato l’energia per mantenere in funzione solo le strutture ospedaliere. A mezzanotte e trenta, i segnali di telefonia mobile sono spariti.

Cyberwar al centro della notte
Nel cuore della notte, l’attacco si è fatto invisibile. “Alle 2.15 i sistemi informatici delle forze Basij e delle ferrovie sono andati completamente offline”, ha confermato Mehdi Safaei, direttore dell’agenzia nazionale iraniana per la sicurezza digitale. “Abbiamo subito l’attacco più sofisticato dalla nascita della Repubblica islamica. È stato mirato, chirurgico, devastante”.
Secondo fonti incrociate, i sistemi colpiti non erano solo civili. Anche le comunicazioni tra il quartier generale delle forze Quds e il Comando centrale di Teheran sarebbero state interrotte per oltre un’ora. L’Iran, alle 3.00, ha alzato in volo jet MiG-29 per sorvolare la regione occidentale e orientale alla cieca, senza radar pienamente funzionanti. “Non sapevamo da dove sarebbe arrivato il prossimo colpo”, ha confidato un funzionario militare iraniano all’agenzia Mehr.

Movimenti militari e città paralizzate
A Teheran, intorno all’una, sono comparse colonne di blindati nella zona ovest. Le stazioni della metropolitana sono state chiuse “per motivi di sicurezza”, i voli civili cancellati fino a nuovo ordine. Alle 3.00, in diverse città iraniane si sono viste code per il carburante, con timori di attacchi imminenti anche su centrali energetiche.
In Israele, invece, l’allerta resta massima. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha parlato di una “notte decisiva”: “Abbiamo dimostrato di poter colpire dove vogliamo e quando vogliamo. Israele è pronto a ogni scenario”. Aggiungendo, su X: “Chi ci colpisce sarà colpito. Senza zone franche”.

Diplomazie paralizzate, silenzi assordanti
Né Washington né Mosca hanno emesso dichiarazioni immediate. La Casa Bianca ha diffuso una nota all’alba, nella quale chiede “a entrambi gli attori regionali la massima moderazione”. Ma non è stato un appello sentito. Nessun riferimento all’attacco informatico. Nessuna parola sulle operazioni israeliane.
Un alto funzionario europeo, contattato dalla redazione di Bruxelles, è stato netto: “Questa notte segna un salto di qualità incontrollabile. La simultaneità di attacchi convenzionali e cibernetici mostra che non esiste più un confine tra guerra e tecnologia. E che la volontà di disinnescare il conflitto è inesistente”.
A rendere ancora più inquietante il quadro è stato il silenzio di Hezbollah. Nella notte tra il 15 e il 16 giugno, nessun razzo è stato lanciato dal Libano meridionale. Nessun colpo di mortaio, nessuna dichiarazione. Ma nel linguaggio del Medio Oriente, a volte è proprio il silenzio a far tremare i tavoli.

Una linea rossa superata
Per la popolazione, in entrambi i Paesi è stata la notte più lunga. In Iran, dove i blackout hanno riportato le città in un’atmosfera di guerra totale, le voci di un attacco imminente a Teheran hanno generato panico. In Israele, la sensazione di vulnerabilità — nonostante l’apparente supremazia tecnologica — ha fatto tremare la fiducia pubblica. “Non ci sentiamo più protetti. La guerra ci ha raggiunti ovunque”, ha dichiarato una residente di Haifa, rifugiata per ore in un parcheggio sotterraneo.
Mentre il sole si alzava su un paesaggio attraversato da fumo, paura e tensione, una cosa era chiara: nessuno ha più il controllo. Né dei missili, né della diplomazia.

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