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Groenlandia, Trump frena: l’Europa alza il muro e smonta la mossa

- di: Marta Giannoni
 
Groenlandia, Trump frena: l’Europa alza il muro e smonta la mossa

Dalla minaccia all’ammorbidimento: il tycoon sonda le reazioni, incassa lo stop europeo e cerca l’uscita a Davos. 

Dalla minaccia all’ammorbidimento: il tycoon sonda le reazioni, incassa lo stop europeo e cerca l’uscita a Davos

Se la Groenlandia fosse un grattacielo, Donald Trump avrebbe già piazzato un’insegna luminosa sul tetto: enorme, sfacciata, e visibile da tre continenti. Ma in politica estera la trattativa non si chiude con una stretta di mano in ascensore. E infatti, dopo giorni di muscoli e dichiarazioni incendiarie, arriva la frase che sa di retromarcia controllata: “Probabilmente riusciremo a trovare una soluzione” con l’Europa, “possibilmente anche a Davos nei prossimi giorni”.

La parola-chiave è “soluzione”. Non “annessione”. Non “prenderla e basta”. È un cambio di registro che non cancella il film visto fin qui, ma ne riscrive la scena successiva: dopo la forte reazione europea e l’irrigidimento pubblico su sovranità e integrità territoriale, il tycoon sembra cercare una via d’uscita che gli consenta di dire: ho spinto, ho misurato, ora incasso.

È un copione che a Trump è congeniale: chiedere l’impossibile per far sembrare “ragionevole” il resto. Il nome tecnico è l’ancoraggio: spari alto, altissimo, e costringi tutti a discutere sul tuo terreno. Ma qui il terreno è artico e scivoloso: c’è di mezzo la Danimarca, c’è l’autogoverno groenlandese, c’è la NATO, ci sono rotte marittime che si ridisegnano e una partita sulle materie prime che vale più di un tweet.

Il punto è che l’Europa, questa volta, non ha recitato la parte del comprimario. Da Davos, Ursula von der Leyen ha tenuto una linea netta: la sovranità di Danimarca e Groenlandia non è una moneta di scambio. E intanto ha fatto filtrare un messaggio operativo: risposta politica (unità e fermezza) e risposta concreta (più attenzione su sicurezza artica, infrastrutture e investimenti strategici). Traduzione: non solo “no”, ma anche “ci siamo e facciamo sul serio”.

Da Copenaghen, Mette Frederiksen ha scelto una formula che è insieme porta socchiusa e chiavistello: negoziare su sicurezza, investimenti e cooperazione sì; sulla sovranità no. È il modo più elegante per dire a Washington: se volete più radar, più basi, più presenza e più soldi nell’Artico, parliamone. Ma trasformare un territorio in un trofeo geopolitico è un’altra storia.

Nel frattempo la tensione non è rimasta sulla carta: la postura sul fronte artico si è irrigidita, e la crisi ha spinto più capitali a coordinare i messaggi pubblici sul rafforzamento della sicurezza nell’Artico come interesse transatlantico. Quando le cancellerie iniziano a sincronizzare le frasi, significa che temono le conseguenze dei silenzi.

E qui si torna al “metodo Trump”. L’escalation, secondo molti osservatori a Bruxelles, non era solo geopolitica: era anche commerciale. Il dossier Groenlandia si è intrecciato con l’arma preferita del tycoon, i dazi, e con l’idea che l’Unione possa rispondere con strumenti di deterrenza economica. Quando l’Europa smette di scandalizzarsi e inizia a ragionare su contromisure, la strategia dello shock perde mordente.

Così arriva la frenata: “soluzione”, “Europa”, “Davos”. Un lessico da exit strategy. La domanda vera diventa: che cosa vuole portare a casa Trump per poter dichiarare vittoria senza prendersi l’etichetta di sconfitto?

Uno scenario plausibile è il più trumpiano di tutti: un pacchetto di concessioni che non tocca la sovranità, ma aumenta l’impronta americana. Più cooperazione militare, più accesso a infrastrutture strategiche, più investimenti in porti, telecomunicazioni, satelliti e catene di approvvigionamento. In altre parole: non la bandiera, ma la leva. Non l’annessione, ma un controllo di fatto su snodi economici e di sicurezza.

Un secondo scenario è ancora più prosaico: usare la Groenlandia come pedina per ottenere dall’Europa qualcosa su un altro dossier, dal commercio alla difesa. Se l’attenzione resta fissata sull’Artico, tutto il resto passa in secondo piano. E quando il negoziatore è Trump, il “resto” spesso significa numeri: spesa militare, accesso ai mercati, tariffe, regole.

Però va ricordato un punto che nel racconto mitologico del tycoon tende a sparire: negli affari, Trump ha costruito un brand potente, ma ha anche attraversato fasi di crisi e ristrutturazioni del debito in varie iniziative imprenditoriali, con costi spesso trasferiti su creditori e stakeholder. È un dettaglio politico oltre che economico: la tecnica del rilancio può far apparire l’uomo come uno che “si rialza sempre”, ma la domanda scomoda è chi paga il conto quando si rialza.

In parallelo, nella stessa intervista, Trump ha rilanciato la polarizzazione interna con un’altra frase da campagna permanente: “I democratici vogliono un nuovo impeachment… sono persone cattive”. È il doppio binario classico: mentre si manovra fuori su un dossier ad altissimo rischio, si tiene la base in allarme dentro, trasformando ogni freno in “persecuzione”.

Per l’Europa la frenata di oggi non chiude la storia: la sposta dal palco delle minacce al retrobottega delle clausole. Dove, spesso, si decide davvero chi ha portato a casa qualcosa. E nell’Artico, ogni piccola concessione rischia di diventare un precedente. I precedenti, in geopolitica, sono più duri del ghiaccio.

 

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