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Femminicidi, il sistema che non salva: la storia di Sara Campanella e il suicidio del suo assassino

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Femminicidi, il sistema che non salva: la storia di Sara Campanella e il suicidio del suo assassino
Il 31 marzo scorso, Sara Campanella viene uccisa a coltellate dall’ex compagno Stefano Argentino, 27 anni, sotto casa. La relazione era finita. Lei aveva denunciato per stalking. Le carte c’erano, ma le misure no. Nessun braccialetto elettronico, nessuna vigilanza attiva, nessun presidio di protezione. Sara muore come troppe altre donne in Italia: dopo aver chiesto aiuto allo Stato.

Femminicidi, il sistema che non salva: la storia di Sara Campanella e il suicidio del suo assassino

Nel fascicolo di Sara c’erano già elementi di pericolo: comportamenti ossessivi, minacce, pedinamenti. L’allarme era stato lanciato. Ma la risposta istituzionale si è fermata a metà. La denuncia non si è tradotta in provvedimenti immediati. In Italia, nel 2024, le misure cautelari arrivano ancora in ritardo o non arrivano affatto. I dati del Viminale dicono che oltre il 60% delle donne uccise aveva già denunciato il proprio aggressore.

La catena di omissioni

Il caso Campanella non è un’eccezione, ma un esempio di un sistema che non regge. Dopo il femminicidio, Argentino viene arrestato e messo in regime di alta sorveglianza. Ma quindici giorni fa, la sorveglianza viene tolta. L’uomo aveva già manifestato intenzioni suicidarie, rifiutato il cibo, scritto lettere di addio. Nonostante questo, viene trasferito in una cella con altri due detenuti. Il 10 settembre sarebbe iniziato il processo. Non ci arriverà mai: si uccide in carcere.

Il femminicidio che resta senza sentenza

Con il suicidio di Argentino, il processo si chiude prima di cominciare. Niente dibattimento, niente condanna. La giustizia si ferma a metà. Il femminicidio di Sara resta privo di una sentenza penale. Per la famiglia, un’altra ferita. Per lo Stato, l’ennesima prova di incapacità di tenere insieme protezione e certezza della pena.

Numeri che non calano

Nel 2024, secondo i dati del Ministero dell’Interno, sono state uccise 119 donne. L’80% dei casi avviene in ambito familiare o affettivo. Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene ammazzata. La metà aveva già denunciato. Il quadro è sempre lo stesso: denunce non seguite da misure concrete, valutazioni del rischio sottostimate, strumenti tecnologici (come il braccialetto elettronico) poco usati o applicati tardi.

Prevenzione assente, intervento tardivo

Gli esperti parlano di “crisi strutturale nella gestione del rischio”. Mancano risorse, formazione e coordinamento tra procure, forze dell’ordine e servizi sociali. Ogni passaggio ha una falla. I centri antiviolenza restano sottofinanziati. La protezione si affida ancora troppo spesso a misure di carta. Nel caso Campanella, la catena di omissioni inizia prima dell’omicidio e finisce con il suicidio in carcere dell’aggressore.

Il carcere come ultima falla


Il suicidio di Argentino evidenzia un’altra faccia del problema. Le strutture penitenziarie non sono attrezzate per gestire detenuti a rischio suicidario. Nel 2025, fino a oggi, si registra in media un suicidio ogni tre giorni nelle carceri italiane. Non c’è un protocollo uniforme per chi ha ucciso in contesto di violenza di genere, non c’è monitoraggio psichiatrico costante. Il detenuto diventa un altro numero, fino all’epilogo.

Un problema di sistema, non di casi singoli

Il femminicidio di Sara Campanella e la fine del suo assassino raccontano la stessa storia da due prospettive: prima la donna non viene protetta, poi lo Stato non sa gestire l’uomo che l’ha uccisa. In mezzo, le stesse falle che si ripetono in centinaia di casi ogni anno. Non è una questione di eccezioni, ma di regole che non funzionano.
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