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Da Eurostat i dati che fanno male all'Italia

- di: Redazione
 
Da Eurostat i dati che fanno male all'Italia
In quindici anni il reddito reale delle famiglie italiane, al contrario di quello del resto dei Paesi d'Europa, ad eccezione della Grecia (che paga ancora la dissennata politica dei suoi governi, prima dell'arrivo della tanto vituperata trojka), ha segnato un arretramento del 6,26 %.
Che di per sé è un numero importante, certo preoccupante, persino drammatico, ma che sembra non avere impattato nella sua criticità nella nostra opinione pubblica, che forse, guardandovi in termini assoluti (cosa sarà mai il 6 % davanti all'eternità?), sembra non averne colto il significato vero.

Da Eurostat i dati che fanno male all'Italia

E cioè che l'Italia non riesce, da anni, ad adeguare le dinamiche del reddito domestico non solo alla progressione dei prezzi, ma che anche non consente alle famiglie di dotarsi di quel ''tesoretto'', tanto caso agli italiani, cui attingere quando c'è da fronteggiare una spesa inattesa, dalla lavatrice all'auto nuova, per non parlare di quelle che, pomposamente, vengono chiamate voluttuarie.
Però c'è un aspetto che è ben più significativo, quello che dice che l'Italia è andata giù nella progressione del reddito, è cioè scesa sotto la soglia che era stata raggiunta nel 2008, prima della grande crisi, mentre gli altri non solo hanno recuperato dalle difficoltà iniziali, quanto hanno progredito, in modo sostanziale.

Basta solo guardare quel che ha fatto la Germania, nell'arco degli anni (2008-2023), per accorgersi di come, dalle nostre parti, ce la passiamo veramente male rispetto ai tedeschi che, per quanto riguarda il reddito delle famiglie, hanno messo a segno un + 12,59% rispetto a tre lustri addietro.
Cioè, per riportare tutto ai classici conti della serva, basta guardare quel che abbiamo fatto noi (e per noi intendiamo i vari governi che si sono avvicendati, non solo l'ultimo) e quello che hanno fatto loro con un semplicissimo esercizio di aritmetica che scolpisce un differenziale di 18,85.

Il che, in soldoni, significa che in quindici anni quel che possono spendere le famiglie italiane è sceso ad un quinto di quel che è consentito a quelle tedesche. Quindi se oggi gioiamo, anzi celebriamo i dati recenti relativi alla crescita del Pil è cosa buona e giusta, ma dovremmo fermare la festa alla rilevazione di una crescita che è lenta in tutt'Europa per cominciare a varare quelle benedette, perché attese da tempo immemorabile, politiche a favore dei nuclei domestici sempre meno ricchi o, a volere essere onesti, sempre più poveri.

Con questo non vogliamo affatto sminuire i risultati del governo Meloni, come quelli relativi al tasso di occupazione, ma solo alimentare la speranza che siano uno dei passi per centrare altri e più ambiziosi traguardi, che non possono solo essere quelli di un ''+ 0, '' del Pil, ma devono necessariamente accettare altre scommesse.
Vogliano solo dire che è giustissimo celebrare il balzo nel tasso di occupazione, ma non possiamo tacere il fatto che il nostro osannato 66,3% è 9 punti in meno della media europea e in ogni caso ci relega all'ultimo posto nella classifica dei Paesi dell'eurozona.
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