Amministrative: requiem per i 5S, problemi a destra

- di: Redazione
 
La politica, a rifletterci bene, in occasione delle elezioni amministrative è uno dei pochi giochi in cui non esiste il pareggio, e non solo perché nessuno mai ammette di avere perso. Quando si becca una batosta elettorale in queste occasioni si parla di riallineamento, di assestamento, di consolidamento dello zoccolo duro, anche se si sono persi molti punti percentuali, come nel caso dei Cinque Stelle a Roma e Torino. La amministrative di ieri e oggi hanno dato, quindi, il loro responso - almeno a livello di proiezioni - che impone comunque un minimo di cauta analisi.

Elezioni amministrative: peggiora la crisi del M5S, crescono i problemi a destra

Il dato più evidente è che il voto ha acuito una crisi (quella in casa dei 5S), ha manifestato il senso di un malessere interno (vedi Lega), ha confermato la necessità delle alleanze, non ha consegnato a qualcuno la leadership sperata in seno alle coalizioni. Così va il mondo e chi credeva in un plebiscito a favore del proprio candidato deve fare i conti con il fatto che forse le sue speranze sono state elaborate con eccessiva fiducia.
Il panorama che questo voto ha determinato non può che essere commentato favorevolmente dal centrosinistra che incassa significative affermazioni a Bologna, Napoli e Milano, sottolineando, ancora una volta, che il buon governo, alla fine, paga sempre - Sala e Lepore insegnano -, mentre lo spessore politico e culturale non può che essere un merito da premiare - Manfredi -.

Ma ora, mentre ci si prepara al ballottaggio - Torino, in primis - si apriranno le istruttorie, ma non ancora i processi.
L'esito del voto per i Cinque Stelle è assolutamente devastante, anche se le situazioni di Torino e Roma sono diverse, con Chiara Appendino che ha deciso di fare un passo indietro e Virginia Raggi che, con pervicacia, ha cercato una conferma. Ma le situazioni, se sono diverse in materia di governo (a Torino la sindacatura è stata da 6-/5+; Roma.. da 4, come voto di incoraggiamento), sono eguali nell'esito, ovvero si sono concretizzate in un evidente ridimensionamento del patrimonio elettorale della precedente tornata amministrativa. Virginia Raggi, al di là della percentuale che toccherà a scrutinio concluso, non potrà mai raggiungere le vette di cinque anni fa e se solo prendesse la metà dei voti sarebbe per lei un grande risultato, anche dopo un quinquennio che molti definiscono disastroso e caratterizzato, come per Picasso,da diversi periodi: quello del ''no'' (Olimpiadi), del ''forse'' (lo stadio della Roma), del ''sì'' (l'Expo 2030), dell'utopia (la funivia può bastare per tutte le altre proposte).

Semmai dovesse arrivare al ballottaggio, Raggi uscirebbe comunque ridimensionata non solo per non avere raggiunto che pochi dei tanti traguardi che si era proposti, quanto per avere perseguito una politica di scarico di responsabilità, trovando sempre qualcuno da accusare per insuccessi che non possono che essere ricondotti alla sua amministrazione.
L'unica chance che al momento ha Virginia Raggi è che, se dovesse arrivare al ballottaggio, il suo antagonista sia Michetti, perché questo costringerebbe gli altri candidati di sinistra (Gualtieri, ma anche Calenda) a ricordarsi da dove provengono ideologicamente e quindi a indirizzare il proprio elettorato verso di lei.
Ma questo, ad oggi, è solo un abbozzo di scenario. L'unico elemento forse inequivocabile è che il centrodestra ha sfondato solo in Calabria, dove la sinistra, frammentatasi e capace di portare tre candidati, ha srotolato davanti a Roberto Occhiuto, di Forza Italia, il tappeto rosso verso la presidenza per raccogliere l'eredità di Jole Santelli.

E, se ci si ferma per un istante a riflettere, la vittoria di Occhiuto (sebbene scontata alla vigilia) è quella dell'unico ''politico'' che il centrodestra ha presentato come candidato, non i ''civici'' che a Milano, Bologna e Napoli sono stati travolti e e forse anche a Torino (dove comunque c'è un sostanziale equilibrio tra centrodestra e centrosinistra).
Il fatto che il solo a vincere, al momento, per il centrodestra sia un politico, e anche di lungo corso, potrebbe essere un segnale per il domani, quando le scelte da fare saranno ben altre. Ma il risultato delle elezioni, stante la situazione di oggi, aprirà un dibattito anche in seno a Lega e Fratelli d'Italia. Questi ultimi dovranno puntare tutto sul ballottaggio a Roma, facendone una questione vitale. Avere puntato su Enrico Michetti è stato forse un rischio, non per lo spessore umano della persona, quanto per la volatilità del suo essere politico e, come confermato durante la campagna elettorale, dal canone scelto per portare avanti la candidatura. Essere politico non significa essere inevitabilmente compromesso, ma per una città come Roma i candidati debbono avere le spalle larghe che solo la militanza può dare.

E poi c'è la Lega. Salvini, appena poche ore fa, si diceva sicuro che per il suo partito ci sarebbero state bellissime sorprese, parlando forse di numeri e non di importanza delle città in palio. Ma, quando i risultati saranno ufficiali, la Lega dovrà pure capire cosa le sta accadendo e se le evidenti crepe interne si possano sanare con una mano di intonaco oppure buttando giù il muro e ricostruendolo. Le sconfitte sicure e quelle probabili in alcune delle città più importanti devono essere un segnale, come il fatto che a Napoli la Lega non sia riuscita nemmeno a presentare uno straccio di lista, respinta per anomalie nella sua composizione. E speriamo che, quando si farà un bilancio di questo voto, non ci si aggrappi a vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Perché ora ci si deve solo rimboccare le maniche e lavorare, e questo vale per i vincitori così come per i vinti.
Il Magazine
Italia Informa n° 4 - Luglio/Agosto 2022
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