Vade retro zizza. Ovvero: l’allattamento dell’imbecillità

- di: Barbara Leone
 
Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori, ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per l’umana compassione e per le cure di nostra madre. Questa è la nostra principale natura”. Lo scrisse Guglielmino Shakespeare, che sicuramente oggi farebbe un salto sulla sedia nel leggere che a Milano una Commissione di esperti (de che?) ha bocciato l’esposizione in pubblica piazza di una scultura raffigurante nientepopodimenoché, aiuto aiuto, una donna che allatta un neonato con il seno scoperto. La motivazione ha dell’assurdo. Secondo questi fenomeni l’opera,  realizzata da Vera Omodeo, recentemente scomparsa, e donata dai familiari al Comune di Milano rappresenterebbe un valore “rispettabile” (troppa grazia) ma “non universalmente condivisibile” da tutti. Ad “aggravare” la posizione dell’imposizionabile scultura una serie di “sfumature religiose” che, sempre secondo i fenomeni di cui sopra, si evincerebbero non al primo, non al secondo ma al terzo sguardo magari sì. Perché so’ sfumature. Ergo: vade retro zizza. Ora io, ma dico veramente, li vorrei tanto guardare nelle palle degli occhi a questi espertoni. Che, presumibilmente nominati dal Comune, sono quelli che si occupano regolarmente si occupano della collocazione delle opere d’arte nella città. E quindi, sempre presumibilmente, sono gli stessi che, tanto per dire, hanno dato l’ok alla non propriamente chic scultura di Cattelan raffigurante un bel dito medio piazzata proprio davanti al Palazzo della Borsa. Quindi fatemi capì: il vaffa sì, perché quello è, e la tetta che allatta no?

Ma siete seri? Quale trauma infantile avete avuto? Perché diversamente non si spiega. E si spiega ancor meno l’unanimità del no, e con tre donne all’interno della Commissione. Trasecolo. Perché se c’è una cosa che è universale, è proprio la maternità. La tenerezza di una mamma che allatta non può e non deve conoscere frontiere. E’ il gesto più ancestrale e profondo che possa esistere, per ogni specie sulla faccia della Terra. Basti pensare che quando vediamo una tigre, un lupo, un gorilla che allatta non stiamo certo a farci le elucubrazioni mentali sul voler o meno essere madre, su genitore uno e genitore due, sul politically correct e tutte ste menate varie. Semplicemente vediamo una mamma che nutre il suo cucciolo. E lo dice una che da sempre difende il diritto di una donna a non dover esser madre a tutti i costi. Ma mi rifiuto categoricamente di pensare al gesto simbolo della maternità, e della vita stessa, come ad un qualcosa che possa essere lontanamente divisivo. Siamo all’apoteosi dell’imbecillità. Anzi: all’allattamento dell’imbecillità più pura. Ancor di più con la genialata del sindaco Sala.

Della serie, quando la toppa è peggio del buco. Sì. Perché siccome lorsignori hanno suggerito di donare la statua a un istituto privato, per esempio religioso o ospedaliero dove il tema della maternità potrebbe essere più efficacemente valorizzato anche nelle sue ipotetiche “sfumature religiose”, ecco che Sala, su consiglio di Mentana, ha ben pensato di collocarla alla Mangiagalli, dove è nato Enrichettomitraglietta e tanti altri milanesi come lui. Uao, che ideaona! Peccato che i familiari di Vera Omodeo avessero condizionato la donazione al fatto che la scultura fosse collocata in uno spazio pubblico, indicando anche piazza Duse (zona corso Venezia) come collocazione per loro ideale, anche se su questo avevano aperto anche ad altre possibilità scelte dalla Commissione. E peccato che, con tutto il rispetto per il Mangiagalli, non sia assolutamente quella la sistemazione migliore per un un’opera che, alla faccia della Commissione meneghina, è universale eccome! Perché celebrare, alla lue del sole e non in maniera occulta fra quattro pareti, la cura e l’amore è l’atto più rivoluzionario che ci possa essere oggi. L’unico antidoto alla violenza, all’ignoranza e alla disumanizzazione. Forse è questo il motivo per cui un seno non sessualizzato ma usato da una madre per allattare fa tanta paura?
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