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Patrick Zaki ancora in carcere è un oltraggio alla libertà di pensiero

- di: Diego Minuti
 
Patrick Zaki ancora in carcere è un oltraggio alla libertà di pensiero
Patrick Zaki resta in carcere. Questa la "notizia/non notizia" perché ormai, purtroppo, ci siamo abituati a pensare a questo ragazzo come a qualcuno colpito da qualcosa più grande di lui, in cui l'eventuale colpa o delitto di cui si potrebbe essere macchiato restano solo elementi di contorno di un dramma che coinvolge lui direttamente e la coscienza dell'Occidente in seconda battuta.
Il fatto che un giudice (beh, qualcuno che il Sistema egiziano chiama così) abbia prolungato la sua carcerazione preventiva di ulteriori 45 giorni oramai non sorprende più nessuno, perché la sorte di Patrick sembra segnata, non dal punto di vista giudiziario (a pensare bene ha già pagato; per cosa non si sa, ma ha già pagato), ma umano.

Inutile farsi delle illusioni: quando uscirà dal carcere, Patrick sarà un altro uomo rispetto a quello che, nel febbraio dello scorso anno, dopo essere stato arrestato all'aeroporto del Cairo, al suo rientro a casa per una vacanza (studia a Bologna, per un corso post-laurea sulle tematiche di genere e sulla condizione femminile) , fu spedito nel carcere di Tora dopo la contestazione di accuse tutte da provare: terrorismo e diffamazione dello Stato egiziano. Delitti che l'ordinamento egiziano punisce duramente, da dieci a 25 anni di reclusione. Un uomo diverso perché le condizioni di detenzione sono durissime, secondo quanto dicono i suoi familiari: in una cella sovraffollata, in condizioni igieniche indegne, costretto a dormire a terra. Quasi uno sberleffo alle sole poche fotografie che di lui si hanno e che lo mostrano sorridente.

Ma spesso le accuse ufficiali, specialmente quando ad esserne destinatario è chi si pone contro un regime, sono un semplice escamotage per giustificare una detenzione che è punitiva e che certo, per sua natura, non contempla come obiettivo quello del ravvedimento del presunto colpevole.
Fatto sta che da un anno e mezzo Patrick aspetta di sapere per cosa sia in carcere (forse per dei post su Facebook) e il ripetuto, inspiegabile quanto offensivo ricorso al rinvio, senza che si apra ufficialmente il procedimento a suo carico, fa pensare che la Giustizia egiziana andrà avanti ancora per altri mesi, implacabilmente, facendosi beffe delle proteste che dall'Italia, ma anche dall'Europa, sono giunte contro il trattamento riservato allo studente dell'Università di Bologna.

Le contestazioni a Patrick Zaki sarebbero conseguenza del suo impegno in politica, ma anche a difesa dei diritti umani. Due cose che gli hanno procurato la reazione repressiva delle autorità che, evidentemente, non gli perdonano il fatto che, nel 2018, in occasione della campagna per le elezioni presidenziali, si schierò a sostegno di un candidato - Khaled Ali -, poi sconfitto da al-Sisi.
Zaki non ha nessun tramite che porti il suo pensiero al di fuori delle mura della prigione di Tora e le sole cose che di lui si sanno sono informazioni rabberciate che il suo difensore riesce a carpirgli nei brevissimi colloqui che ha con lui in carcere, nel corso dei quali Patrick appare provatissimo. Tanto che i familiari temono fortemente per il suo equilibrio psichico, logorato da una carcerazione di cui egli non riesce a trovare una spiegazione.

L'Italia si è mossa, molto più di altri Paesi, che pure strombazzano la loro convinta adesione ai principi della libertà del pensiero. Tra mozioni in Parlamento e citazioni, tra manifestazioni e raccolte di firme, gli italiani hanno mostrato la loro rabbia per una vicenda che è come sale buttato su una ferita che ancora sanguina, quella della tortura sino alla morte inflitta a Giulio Regeni. Una vicenda alla quale il processo in Italia a quattro spioni egiziani non darà certo le risposte di giustizia che tutti si aspettano, perché i colpevoli resteranno impuniti.
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