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Trump ora rilancia e minaccia: voglio la Groenlandia. Danimarca dura

- di: Vittorio Massi
 
Trump ora rilancia e minaccia: voglio la Groenlandia. Danimarca dura
Trump rilancia su Groenlandia: scontro con Danimarca e Nato

Dopo il blitz in Venezuela, Washington alza la posta nell’Artico: Copenhagen risponde “non siete autorizzati”, Nuuk chiede rispetto e sovranità.

La Groenlandia torna a essere un nome che scotta. E non per le temperature. Nel giro di poche ore, le frasi di Donald Trump sull’isola artica hanno riacceso una frizione diplomatica che la Danimarca pensava di avere archiviato: la tesi, ripetuta dal presidente Usa, è che gli Stati Uniti “ne abbiano bisogno” per motivi di difesa. La replica danese è stata secca, quasi tagliente: non esiste alcun diritto americano a “prendere” un territorio che appartiene al Regno di Danimarca, con una Groenlandia autonoma e già dentro il perimetro della sicurezza Nato.

La miccia: “Ci serve per la sicurezza”

Trump ha rilanciato il tema in un’intervista, insistendo sul valore strategico dell’isola e alimentando l’idea che, nel grande risiko artico, la Groenlandia sia un tassello che Washington non può permettersi di perdere. Il ragionamento ruota attorno alla competizione con Mosca e Pechino: rotte marittime che cambiano, pattugliamenti, infrastrutture dual use, e la paura – esplicitata in varie dichiarazioni – di un Artico sempre più affollato da navi e interessi rivali.

Il problema, però, è il salto di tono. Perché in Europa quelle parole sono state lette come l’ennesima pressione su un alleato, proprio mentre gli Stati Uniti si presentano come architrave della sicurezza occidentale. E perché arrivano sullo sfondo di un clima già teso: il dibattito, negli Usa, si è fatto più muscolare dopo le vicende venezuelane di questi giorni.

Copenhagen alza la voce: “Smettete di minacciare un alleato”

La premier danese Mette Frederiksen ha scelto la linea della franchezza pubblica, rivendicando un punto non negoziabile: la sovranità non è materia di contrattazione. In sostanza, il messaggio è che la cooperazione difensiva con Washington esiste già, è ampia, e non richiede né ultimatum né “acquisizioni”.

"Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere territori del Regno di Danimarca", è il senso della posizione espressa da Frederiksen, insieme all’invito a fermare una retorica percepita come minacciosa verso un partner storico.

Nuuk: rispetto, non meme

A rendere la vicenda ancora più esplosiva è stato il contorno social. Un’immagine “patriottica” con la Groenlandia ricoperta dalla bandiera americana e una sola parola – promessa o provocazione – ha fatto il giro della rete. La politica, in Groenlandia, l’ha letta come una mancanza di rispetto istituzionale: non un siparietto, ma un segnale.

Il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, secondo quanto riportato da più ricostruzioni internazionali, ha definito quel gesto offensivo e fuorviante, ribadendo un concetto che a Nuuk suona quasi come una formula identitaria: la Groenlandia non è in vendita.

"Il nostro Paese non è in vendita e il nostro futuro non lo decidono i post", è il passaggio più citato in queste ore.

L’ambasciata danese a Washington: “Integrità territoriale”

Nel mezzo, la diplomazia prova a rimettere i binari. L’ambasciatore danese negli Stati Uniti, Jesper Moller Sorensen, è intervenuto per richiamare un principio basilare: pieno rispetto dell’integrità territoriale. E, soprattutto, per ricordare che la cooperazione Usa-Danimarca in Artico non nasce oggi: esistono accordi, basi, presidi e un’architettura Nato che rende l’idea di “prendere il controllo” non solo politicamente tossica, ma anche giuridicamente esplosiva.

Perché la Groenlandia è un “asset” strategico

Al netto della polemica, la domanda resta: perché la Groenlandia è così centrale? La risposta è un mix di geografia e tecnologia. L’isola è una piattaforma naturale nell’Artico tra Nord America ed Europa: un punto ideale per radar, comunicazioni, sorveglianza e difesa missilistica. Non è teoria: nel nord-ovest groenlandese opera la Pituffik Space Base (ex Thule), una delle installazioni più rilevanti per l’allerta e la sorveglianza nello scacchiere settentrionale.

Poi ci sono le rotte. Con il riscaldamento globale, il traffico nell’Artico può crescere e cambiare logiche e tempi del commercio. Infine, il sottosuolo: l’interesse per minerali e terre rare è diventato un tema trasversale, soprattutto in Occidente, dove la dipendenza da filiere esterne è percepita come un rischio industriale e geopolitico.

La carta danese: più spesa militare e “Nato già qui”

Un’altra obiezione danese è pratica: Copenhagen sostiene di avere già rafforzato – e di stare rafforzando – la postura di sicurezza nell’Artico con investimenti miliardari e programmi di modernizzazione. L’argomento è doppio: da una parte la Danimarca non “abbandona” l’Artico; dall’altra, gli Stati Uniti hanno già ampia presenza e accesso operativo tramite accordi bilaterali storici.

Il retroscena politico: l’ombra del precedente venezuelano

C’è, però, un elemento che spiega perché questa volta l’Europa sembra più nervosa del solito: il contesto. Le dichiarazioni sulla Groenlandia arrivano mentre il dibattito internazionale è scosso dall’intervento americano in Venezuela e dalle frasi sulla gestione del Paese “fino a una transizione”. In Danimarca, la sequenza è stata letta come un allarme: se il linguaggio della forza torna “presentabile” nel discorso pubblico, anche l’Artico rischia di diventare un bersaglio retorico (o peggio) della politica di potenza.

Cosa può succedere adesso

Nel breve periodo, è difficile immaginare uno strappo formale: Danimarca e Stati Uniti sono alleati Nato, e proprio l’Artico è un dossier dove la cooperazione è concreta. Ma la frattura di fiducia è un’altra cosa. Se Washington insiste sul tema in termini di “controllo”, Copenhagen potrebbe irrigidire i toni in sede europea e atlantica, mentre Nuuk – che coltiva da anni un percorso identitario e un dibattito sull’indipendenza – potrebbe trasformare l’ennesima pressione esterna in carburante politico interno.

In altre parole: il punto non è solo “a chi serve” la Groenlandia. Il punto è chi decide. E, al momento, Danimarca e Groenlandia dicono la stessa cosa: decide la Groenlandia.

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