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Valore aggiunto: il Sud corre più del Nord, ma resta la metà. E la manifattura torna l’anello debole

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Valore aggiunto: il Sud corre più del Nord, ma resta la metà. E la manifattura torna l’anello debole

La fotografia di Unioncamere racconta un Paese che viaggia a due velocità, ma anche con due motori diversi: quello che accelera è il Sud, quello che frena è la manifattura. Nel 2024 il Mezzogiorno cresce una volta e mezzo più rapido del Settentrione, ma il valore aggiunto pro capite resta la metà: è la prova che la rincorsa c’è, ma il traguardo è ancora lontano.

Valore aggiunto: il Sud corre più del Nord, ma resta la metà. E la manifattura torna l’anello debole

Il quadro che emerge dalle camere di commercio non è solo territoriale: è settoriale. L’intero comparto industriale – estrattivo, manifatturiero e utilities – perde il 4,1% nel 2024 rispetto al 2023. È un’inversione di rotta dopo quasi dieci anni di crescita consecutiva (interrotti solo dalla pandemia).
La manifattura, quella che storicamente ha trainato esportazioni e produttività, diventa il segmento più fragile: se rallenta lei, rallenta la parte del Paese che per decenni ha garantito stabilità alla crescita.

Otto province resistono
Solo otto province chiudono l’anno con il segno più. A guidare la classifica è Reggio Calabria (+3,08%), seguita da Viterbo (+1,64%) e Rieti (+1,60%). Che siano territori fuori dalla geografia classica della manifattura pesante è un indizio preciso: l’espansione arriva da comparti più leggeri, più terziari, più orientati a turismo, servizi, edilizia o nuove filiere. Non dal cuore industriale “storico”.

L’effetto lungo periodo: dove l’industria pesa, l’economia si alza
Unioncamere lo documenta: tra il 2000 e il 2024, nelle 16 province italiane in cui è aumentato il peso dell’industria, il valore aggiunto è cresciuto in media a un ritmo del +2,5% annuo, con punte del +3,3% a Bolzano.
Al contrario, nelle 91 province che nello stesso periodo hanno perso manifattura, la crescita si è fermata a +2,2% annuo. Non è un dettaglio statistico: significa che dove si erode il tessuto produttivo, il territorio cresce ma più lentamente – e spesso con più fragilità.

Il Nord rallenta più del previsto
La sorpresa è al Settentrione. Dove la locomotiva si è seduta. L’Emilia-Romagna si ferma al +0,95%, il Veneto al +1,20%, il Friuli-Venezia Giulia al +1,35%. Per trovare province dinamiche bisogna scorrere la classifica: fatta eccezione per Imperia (+4,29%), seconda in Italia, si arriva fino alla 15ª posizione per incontrare un’altra realtà del Nord (Verbano-Cusio-Ossola, +3,24%).

È la conferma che la geografia della crescita non coincide più automaticamente con quella storica della produttività.

Un Paese che corre dove vale meno
Il risultato complessivo è paradossale ma chiaro: il Sud corre più del Nord, ma resta indietro sul valore generato. Crescita più veloce, ricchezza più bassa. È come se il Mezzogiorno stesse colmando distanza in velocità, non in livello: il margine resta ampio.

E qui si vede il nodo politico: senza industria – o senza nuova industria – il recupero del Sud può accelerare il passo, ma non cambiare la scala. Perché i servizi crescono, ma non alzano abbastanza il reddito.

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