Molti posti, ma un cambio di rotta silenzioso. Le assunzioni crescono a gennaio, poi però rallentano nel resto del trimestre. La struttura dell’economia cambia: più lavoro a bassa qualificazione, aumentano le richieste di persone poco istruite, mentre restano poche le attività ad alto valore aggiunto capaci di dare qualità alla crescita. E intanto gli effetti dell’inverno demografico si fanno sentire sempre di più.
I dati ufficiali del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro parlano chiaro. A gennaio 2026 le imprese umbre hanno programmato 6.950 assunzioni, in aumento del +4,8%, una delle migliori performance regionali in Italia. Ma se si guarda all’intero trimestre gennaio-marzo gli ingressi previsti scendono a 17.850, con un -1,3% rispetto all’anno precedente.
Il peso dell’industria, comprese le costruzioni, continua a ridursi: oggi rappresenta il 41% degli avviamenti, contro il 43,9% del 2019. In parallelo cresce la quota di lavori che richiedono solo la scuola dell’obbligo, salita al 21%. Segno di un’economia che crea occupazione ma fatica a produrre valore e competenze.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dinamica demografica. La quota di lavoratori immigrati richiesti dalle imprese umbre balza dal 19% al 24% in un solo anno, una risposta quasi obbligata alla carenza di manodopera legata all’invecchiamento della popolazione.
Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, mette a fuoco il nodo centrale: “I dati Excelsior mostrano un mercato del lavoro che cresce, ma in cui aumenta anche la quota di profili a bassa qualificazione, un fenomeno che riguarda tutta l’Italia e che pone una questione di qualità dello sviluppo”. E aggiunge: “Non basta guardare ai settori: la vera sfida è far crescere attività e imprese capaci di generare più competenze, più produttività e più valore”.
Secondo Mencaroni, l’Umbria non deve però cedere al pessimismo: “La regione ha tutte le carte per essere attrattiva per imprese, capitale umano e nuovi investimenti. La Camera di Commercio è impegnata a sostenere innovazione, formazione e qualità del lavoro, perché la crescita dell’occupazione sia anche crescita di opportunità”.
Il Sistema Excelsior è oggi la mappa in tempo reale del lavoro in Italia: ogni mese oltre 100mila imprese indicano quante persone intendono assumere, in quali settori e con quali competenze. Non fotografa il passato, ma anticipa le scelte delle aziende, mostrando dove si sta spostando l’economia reale.
Nel solo mese di gennaio 2026 l’Umbria si piazza tra le regioni più dinamiche: i servizi trainano la crescita con +280 avviamenti, l’agricoltura aggiunge 40 posizioni, mentre l’industria resta ferma a 2.620 ingressi. Una crescita che, ancora una volta, si concentra sulle attività a maggiore intensità di lavoro, non su quelle più tecnologiche.
Se si allarga lo sguardo al trimestre, il sistema si riequilibra verso il basso: -120 assunzioni nell’industria e -120 nei servizi. Segno che l’exploit di gennaio non basta a garantire una traiettoria solida.
Il vero problema è strutturale. La manifattura passa dal 31,8% delle assunzioni del 2019 al 27,1%, scivolando sotto la soglia del 30%. Non è solo una questione di quantità, ma di qualità: sono poche le imprese capaci di operare nei segmenti più avanzati delle filiere, quelli che generano competenze, innovazione e produttività.
Anche nei servizi pesa l’assenza di un terziario evoluto: informatica, consulenza, progettazione, ricerca. Senza questi motori, il sistema resta agganciato a attività a basso valore aggiunto.
Lo conferma il livello di istruzione richiesto: cresce la domanda di lavoratori con solo la scuola dell’obbligo, mentre i laureati restano fermi intorno al 13%, ben sotto la media nazionale. È la fotografia di una crescita senza qualità.
Intanto oltre un’assunzione su due è difficile da coprire, non per mancanza di competenze ma per scarsità di candidati. L’inverno demografico stringe il mercato e spinge le imprese a guardare sempre più all’estero.
Excelsior racconta così un’Umbria che continua a creare lavoro, spesso più della media italiana, ma che vede spostarsi il baricentro verso attività meno qualificate. È su questo equilibrio, tra quantità dei posti e qualità della struttura produttiva, che si gioca il futuro economico della regione.
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