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Fine allo stato di emergenza, ma non per tutti: assemblee ancora negate agli azionisti

- di: Redazione
 
Fine allo stato di emergenza, ma non per tutti: assemblee ancora negate agli azionisti
La legge - ma qui sarebbe più corretto dire i decreti - dovrebbero, per la loro stessa essenza, valere per tutti, essere erga omnes. Ma In Italia questo, che dovrebbe essere un principio universale, è vero fino ad un certo. Perché, decidendo ieri la fine del stato di emergenza, il Governo ha, nella sostanza, fatto un'eccezione ''per esclusione'' perché non ha revocato la regola, prevista due anni fa dal cosiddetto decreto Cura Italia, che dà alle società la possibilità di tenere le loro assemblee con rigide prescrizioni relativamente alla presenza fisica degli azionisti.
Ovvero, sostanzialmente a porte chiuse.

Lo stato di emergenza va verso la fine ma le assemblee continuano a svolgersi senza azionisti

Il che, nei fatti, ha consentito ai vertici societari di discutere di argomenti fondamentali (quali il bilancio) o potenzialmente scottanti (come le retribuzioni dei componenti i board) senza una opposizione da parte degli azionisti. Di questa opportunità, che aveva un senso quando la pandemia stava dispiegando tutta la sua aggressività e letalità, oggi si stenta a comprendere la ratio, tenuto conto che i contagi restano ancora tanti, ma con una incidenza del virus molto meno pericolosa anche per l'efficacia della campagna vaccinale che ha alzato la soglia di ''resistenza'' al Covid-19.

Quindi, approfittando della incomprensibile linea adottata dal governo, che non pronunciandosi ha di fatto prorogato il privilegio accordato alle società, queste ultime potranno continuare a gestire le assemblee come se fossero cosa loro, mettendo preventivamente la sordina a qualche voce discordante e che può disturbare.
Si potrebbe comunque dire che gli azionisti, sebbene non abilitati a presenziare, possono fare sentire sempre la loro voce, ma è un artificio, una cosa che, seppure vera, è depotenziata dalle regole imposte. Ai soci è concessa solo la possibilità di formulare domande, ma solo per iscritto e di ricevere risposte nella stessa maniera. Ovvero, in totale (e aggiungeremmo offensiva per il ruolo degli azionisti) assenza del contraddittorio, su cui le assemblee hanno il loro principale fondamento.

Alla fine la sola occasione per i soci di partecipare alle assemblea si riduce alla possibilità di delegare le proprie istanze ad un ''rappresentante designato'', un ircocervo perché a indicarlo sono le stesse società che certo fanno cadere la loro scelta su qualcuno (soggetto o studio) che, al 99,99%, difficilmente farà il guastatore. Svuotata di ogni competenza e della possibilità di essere parte attiva dei meccanismi decisionali, l'assemblea altro non fa che ratificare. Perché, semmai dovessero arrivare, le risposte dei vertici societari ai quesiti degli azionisti possono essere fumose, non esaustive, prive della possibilità d'essere contestate e, soprattutto, ininfluenti sulle decisioni da adottare.

Ci troviamo di fronte a una sesquipedale incongruenza tra le cose richieste (o concesse) al Paese e quelle (permesse) ad un ristretto campione dell'economia nazionale. Perché le assemblee a numero chiuso continueranno - sic stantibus il decreto onnivoro Milleproroghe - fino al 31 luglio prossimo, mentre già oggi, con l'adozione di regole minime di cautela sanitarie, potrebbero essere convocate e svolte.
Un esempio può valere per tutti. Una delle assemblee che si terranno ancora nel format ''carbonaro'' è quella di Tim che, il 7 aprile, dovrebbe occuparsi del baratro che si è determinato nel bilancio 2021 (8,7 miliardi di euro, noccioline verrebbe da dire) sapendo che le voci (più probabilmente le urla) degli azionisti non si sentiranno per il semplice motivo che non sarà loro concesso d'essere presenti.

Nessuno si oppone a questo stato di cose?
No, perché le società, con l'opportunità loro concessa di tenere le assemblee nel formato che vogliono, non fanno altro che approfittare di una regola di cui oggi non c'è alcuna necessità.
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