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Spesa più cara del 25%: l’Antitrust indaga sui supermercati

- di: Bruno Legni
 
Spesa più cara del 25%: l’Antitrust indaga sui supermercati

Prezzi alimentari fuori controllo, la grande distribuzione sotto la lente mentre le famiglie stringono il carrello.

Il carrello della spesa è diventato il termometro più spietato della vita quotidiana: non misura solo l’inflazione, ma anche la sensazione – concreta – che a fine mese resti meno ossigeno. È su questo scarto, tra numeri e percezione, che si innesta la mossa dell’Autorità: l’indagine conoscitiva dell’AGCM sul ruolo della GDO lungo la filiera agroalimentare punta a capire perché i prezzi del cibo abbiano corso più della media generale e dove, esattamente, si stia “accendendo” il prezzo prima di arrivare allo scaffale.

Il dato che fa da miccia è netto: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 24,9%, quasi otto punti più dell’indice generale dei prezzi al consumo nello stesso periodo. Una forbice che, per chi fa la spesa, si traduce in una cosa sola: stesso giro di corsie, scontrino più lungo.

L’Autorità non parla di un singolo “colpevole”, ma di meccanismi da radiografare: dal potere di acquisto delle catene alle forme di aggregazione (centrali e supercentrali), fino ai servizi che i fornitori pagano per entrare e restare visibili sugli scaffali. Nel mirino finiscono anche le private label, cioè i prodotti a marchio del distributore: sempre più presenti, spesso più economici, ma anche strategici perché ridisegnano gli equilibri tra industria, agricoltori e supermercati.

C’è un altro numero che pesa come un macigno: la distribuzione moderna intercetta la parte maggioritaria degli acquisti alimentari delle famiglie. Significa che, se il “rubinetto” dei prezzi si apre o si chiude a valle, l’effetto si sente subito a casa, nel portafoglio e nelle scelte quotidiane: cosa compro, cosa rinuncio, cosa sostituisco.

Dal punto di vista tecnico, l’indagine vuole ricostruire la catena delle decisioni che contribuiscono al prezzo finale: come vengono negoziati listini e forniture, quanto incidono promozioni e posizionamenti a scaffale, che ruolo hanno i contributi richiesti ai produttori per attività commerciali e di marketing. In gergo si parla di “trade spending”: una galassia di voci che può includere ingressi in assortimento, promozioni, lancio di nuovi prodotti e “diritti” per ottenere spazio e visibilità. Elementi che, in un contesto di alta competizione, possono diventare leve decisive per spostare margini e prezzi.

Sullo sfondo resta una questione strutturale: lo squilibrio di forza contrattuale. Se un grande acquirente concentra volumi e accesso al consumatore, può negoziare condizioni molto aggressive. Ed è proprio qui che l’AGCM vuole capire se e come il “buyer power” condizioni la remunerazione a monte – soprattutto per chi produce materia prima – e la formazione dei prezzi a valle, cioè quelli che troviamo sul cartellino.

Le reazioni del settore non si sono fatte attendere. Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, rivendica l’azione di contenimento durante la fiammata inflattiva e promette collaborazione. "Siamo pronti a dare piena trasparenza sui meccanismi del comparto", è il messaggio in sintesi, con l’idea che la distribuzione abbia cercato di frenare il trasferimento dei costi al consumo quando energia e materie prime correvano più di tutti.

Dalla galassia cooperativa arriva una linea simile. Mauro Lusetti, presidente di Conad e di ADM (Associazione Distribuzione Moderna), assicura disponibilità a chiarire. "Porteremo tutti gli elementi utili per sciogliere ogni dubbio", è il tono della risposta: dialogo con l’Autorità, ma anche la convinzione di poter spiegare i passaggi che separano costo e prezzo, soprattutto in una fase in cui i consumatori sono ipersensibili a ogni centesimo.

Dal lato delle famiglie, invece, la matematica è tutt’altro che neutra. Il Codacons traduce il +24,9% in una “bolletta” annua: circa 1.404 euro in più per la famiglia tipo rispetto alla spesa media del 2021, che salirebbero fino a 1.915 euro per un nucleo con due figli. Non è solo un confronto tra percentuali: è la differenza tra una spesa “piena” e una fatta di rinunce.

Ed è qui che entra la sociologia del supermercato: il carrello cambia forma. Assoutenti ha parlato di famiglie costrette a modificare abitudini e di una quota significativa che taglia gli acquisti di cibi e bevande. In pratica: meno quantità, più sostituzioni, più caccia alle offerte, più migrazione verso canali percepiti come convenienti. In parallelo cresce il peso delle marche del distributore, che per molti diventano un compromesso tra prezzo e “garanzia” del punto vendita.

Le associazioni dei consumatori salutano l’indagine come un’occasione per mettere ordine nella nebbia. Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, da tempo chiede che alle analisi seguano effetti concreti; Anna Rea (Adoc) insiste sul fatto che qualcosa, lungo il tragitto “dall’origine allo scaffale”, non stia funzionando se la spesa cresce mentre le quantità acquistate non aumentano – anzi, spesso scendono. Anche chi compra per mense e servizi collettivi guarda con attenzione: quando il cibo rincara, la pressione si sposta su gare, appalti e budget pubblici.

Sul fronte agricolo, la parola chiave è “trasparenza”. Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha più volte sottolineato che i produttori si sono sentiti penalizzati negli equilibri di filiera e che ogni intervento capace di chiarire dove si forma valore è benvenuto. Perché il nervo scoperto è sempre lo stesso: prezzi al consumo in salita e redditività a monte che non cresce allo stesso ritmo.

L’indagine dell’AGCM si muove, inoltre, in un contesto già presidiato da regole europee e italiane contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare: l’obiettivo è evitare che il contraente più forte scarichi rischi e costi su quello più debole. Ma una cosa è vietare certe pratiche in astratto, un’altra è capire, caso per caso, quanto incidano davvero su prezzi e margini in un mercato dove si competono promozioni, volantini, fidelity e – soprattutto – la “guerra” degli scaffali.

Il punto politico-economico, ora, è cosa emergerà dall’analisi: se la forbice tra inflazione generale e inflazione alimentare sia spiegabile soprattutto con fattori esterni (energia, logistica, materie prime, eventi climatici, volatilità internazionale) oppure se esistano dinamiche negoziali e commerciali che amplificano il rincaro proprio nel tratto finale, quello che pesa di più perché arriva diretto alla cassa.

In altre parole: non si tratta solo di “chi guadagna”, ma di “come si distribuisce” il potere lungo la filiera e di come quel potere diventa prezzo. Se l’indagine riuscirà a illuminare i passaggi opachi – dai contributi commerciali ai meccanismi promozionali, fino alla crescita delle private label – l’effetto potrebbe essere doppio: più concorrenza tra operatori e, soprattutto, più leggibilità per consumatori e produttori. In tempi di carrelli leggeri, anche la chiarezza è una forma di tutela.

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