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L’inverno come arma: l’offensiva russa spegne l’Ucraina

- di: Vittorio Massi
 
L’inverno come arma: l’offensiva russa spegne l’Ucraina

Blackout, gelo e linee delle centrali atomiche sotto attacco. Sale l’allarme internazionale da Kiev a Chernobyl.

(Foto: fotomontaggio di un attacco russo in Ucraina).

Nel cuore dell’inverno, mentre la notte affonda a temperature che mordono, la strategia di Vladimir Putin punta dritta a un obiettivo: togliere all’Ucraina la luce e il calore. L’ultima ondata di attacchi ha colpito infrastrutture energetiche e snodi della rete elettrica, costringendo città e regioni a razionamenti sempre più stretti. Il segnale politico è brutale: trasformare il freddo in arma e il buio in pressione sociale 

 Il salto di qualità, però, sta nel bersaglio “indiretto” che cresce di ora in ora: le connessioni che tengono in equilibrio il sistema nucleare ucraino. Non necessariamente i reattori, ma le sottostazioni, i tralicci, le linee che portano energia dentro e fuori dagli impianti. È qui che la guerra diventa ad altissimo rischio, perché una centrale atomica non è solo produzione: è anche sicurezza, raffreddamento, continuità operativa e gestione delle emergenze. 

 L’allarme è stato rilanciato anche dall’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il direttore generale Rafael Grossi ha segnalato l’impatto dei raid su componenti vitali della rete, con conseguenze dirette sulle centrali e sul sito di Chernobyl, dove convivono il “sarcofago” che isola il reattore del disastro del 1986 e i depositi del combustibile di altri reattori spenti. 

 Il punto critico è tecnico e insieme politico: quando le linee esterne vengono danneggiate, un impianto deve ridurre potenza o riconfigurare i flussi in tempi anomali, con manovre che normalmente richiedono pianificazione e stabilità. In guerra, invece, la tempistica la dettano droni e missili. E più la rete perde pezzi, più aumenta la dipendenza da sistemi di emergenza e da riparazioni che spesso durano quanto un intervallo tra due ondate di attacco. 

 Dal lato ucraino, la gestione della rete resta una corsa contro il tempo. I tecnici di Ukrenergo lavorano sotto pressione continua su cabine, linee e sottostazioni: ripari, riaccendi, e poi ricominci. In diversi casi, la ripetizione dei colpi sullo stesso obiettivo trasforma ogni intervento in una scommessa, perché la seconda raffica può interrompere il lavoro dei soccorsi e rendere impossibile spegnere incendi o mettere in sicurezza i siti 

 In questa spirale, Kiev è diventata la cartolina più cruda della crisi: luce a intermittenza, riscaldamento in affanno, condomìni e servizi essenziali appesi ai generatori. Il problema non è solo “avere elettricità”, ma averla abbastanza a lungo da garantire normalità: trasporti, lavoro, distribuzione di acqua, scuole, ospedali. 

 Il principale operatore privato, DTEK, ha parlato di centinaia di migliaia di appartamenti senza corrente in capitale durante le fasi più acute dell’emergenza, con ripristini parziali e nuove interruzioni. L’effetto domino è immediato: tubature che ghiacciano, pressione idrica che cala, famiglie costrette a organizzarsi con scorte e taniche ai piani alti. 

 Sul fronte politico, Volodymyr Zelensky ha descritto la campagna russa come un tentativo di spezzare la resilienza civile con blackout prolungati. In un messaggio rivolto agli alleati occidentali, il presidente ha legato la tenuta delle città alla disponibilità di difese antiaeree e munizioni per i sistemi più avanzati, dai Patriot ai NASAMS

 “Vogliono lasciare le città senza elettricità per tre-cinque giorni di fila”: l’avvertimento di Zelensky fotografa una guerra che non mira solo a conquistare territori, ma a consumare la vita quotidiana, logorando trasporti, industria e morale collettivo nel momento più duro dell’anno. 

 Intanto, sullo sfondo, resta la variabile che inquieta più di tutte: la sicurezza nucleare. Le centrali moderne hanno barriere e procedure, ma dipendono anche dalla stabilità della rete e dalla capacità di gestire emergenze senza “stress aggiuntivo”. Ogni interruzione, ogni passaggio forzato su alimentazioni di riserva, ogni ritardo nei ripristini è un fattore che spinge il sistema fuori dalla normalità operativa. 

 C’è poi Chernobyl, che non è una centrale in funzione ma un luogo simbolico e fragile: lì non si produce energia, ma si custodisce memoria e materiale sensibile. L’idea stessa che la guerra possa avvicinarsi ancora a quel nome è sufficiente a riaccendere la paura in Europa, anche quando gli indicatori radiologici restano nella norma. 

 “Monitoriamo gli sviluppi per valutare l’impatto sulla sicurezza”: la linea dell’AIEA è prudente, ma il messaggio è chiaro. Nel gelo, la guerra dell’energia sta diventando una partita che sfiora il nucleare. E quando si gioca vicino a un rischio del genere, basta poco perché la cronaca scivoli in qualcosa di peggiore.

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