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Povertà e infanzia, l’Italia che non protegge i suoi bambini

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Povertà e infanzia, l’Italia che non protegge i suoi bambini

In Italia, il 27,7% dei bambini sotto i 6 anni vive in condizioni di rischio povertà o esclusione sociale. È una cifra che non si può leggere come un numero: è una condanna anticipata, un limite al futuro prima ancora che inizi a scriversi.

Povertà e infanzia, l’Italia che non protegge i suoi bambini

I dati Eurostat appena diffusi raccontano di un Paese in cui la prima infanzia è esposta a un’insicurezza strutturale, spesso silenziosa, che affonda nelle disuguaglianze sociali, territoriali, educative. E non è un picco momentaneo: tra gli under 18, la percentuale resta stabile al 27,1%, superiore alla media europea, che si attesta al 24,7%. Questo significa che un bambino su quattro in Italia è cresciuto – e continua a crescere – senza le garanzie minime di benessere.

Non solo reddito: la povertà come condizione educativa

Il rischio di povertà non si misura solo con il denaro, ma con tutto ciò che un bambino non può avere. Un asilo nido pubblico. Un pediatra disponibile. Un parco pulito. Una biblioteca scolastica. La possibilità di partecipare a un’attività sportiva. Tutto ciò che nei primi sei anni di vita contribuisce a determinare il futuro. In Italia, la povertà minorile ha spesso il volto dell’isolamento: bambini lasciati ai margini non solo della società, ma anche della relazione, della cura, dell’attenzione pubblica. È un’emergenza sociale di lungo periodo che si è fatta normalità.

Il divario tra Nord e Sud e le crepe del sistema

Non serve uno sguardo particolarmente attento per cogliere quanto questo fenomeno sia legato anche alla geografia. Le regioni del Sud – già segnate da livelli inferiori di occupazione, di servizi, di infrastrutture – vedono salire le percentuali oltre la media nazionale. Ma il dato colpisce anche aree del Nord e del Centro, segno che la povertà infantile non è più solo un indicatore territoriale, ma un problema trasversale. L’Italia dei bonus temporanei e delle misure emergenziali non ha ancora costruito un modello strutturale di contrasto alla povertà educativa. Le risorse stanziate a livello nazionale e locale, spesso insufficienti, si frammentano in interventi discontinui, incapaci di dare continuità e visione.

Una priorità che resta in fondo all’agenda

Le dichiarazioni pubbliche sulla centralità dei minori si moltiplicano, ma restano parole. Il dibattito politico parla di famiglia, spesso in chiave ideologica, ma fatica a tradurre in azioni concrete un’attenzione costante alla condizione reale dei bambini. Non bastano slogan sul “sostegno alla natalità” o su improbabili piani per “difendere l’infanzia”. Servono investimenti veri: in scuole dell’infanzia, in educatori, in assistenti sociali, in presidi sanitari e culturali nei quartieri più fragili. E serve soprattutto una capacità di visione, di cura, di responsabilità. Cose che non si improvvisano e non si promettono: si costruiscono.

La frattura generazionale e la responsabilità degli adulti

Ogni dato che riguarda l’infanzia è, in fondo, un giudizio sulla nostra generazione. Quando un bambino nasce in un quartiere senza servizi, quando cresce in una casa senza libri, quando vive in un contesto in cui la povertà è trasmessa come eredità, siamo noi adulti ad aver fallito. Il 27,7% degli under 6 a rischio povertà non è solo un numero drammatico: è un promemoria morale. Ci dice che un Paese che accetta tutto questo senza reagire, senza indignarsi, senza intervenire, è un Paese che ha smarrito il senso stesso della propria funzione collettiva.

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