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Caracas sotto assedio: tank, perquisizioni e caccia ai “filo Usa”

- di: Vittorio Massi
 
Caracas sotto assedio: tank, perquisizioni e caccia ai “filo Usa”
Caracas sotto assedio: tank, perquisizioni e caccia ai “filo Usa”

Caracas si risveglia “blindata” dopo il colpo americano su Nicolás Maduro: posti di blocco, telefoni setacciati, reporter fermati. E un episodio notturno con droni abbattuti che racconta più di mille comunicati.

Ci sono città che cambiano umore in una notte. Caracas, in queste ore, sembra aver rimesso addosso la divisa più cupa: quella della paura. Mezzi militari schierati, uomini armati agli incroci, controlli a raffica e una sensazione che si appiccica alla pelle: parlare può costare caro. Il quadro che emerge è quello di una capitale riportata sotto tutela, con l’apparato di sicurezza che rialza la voce dopo i giorni confusi seguiti al blitz statunitense culminato nella cattura di Maduro.

La scena ha un protagonista ricorrente: i colectivos, milizie paramilitari da anni temute e usate come braccio informale del potere. Ai posti di blocco, il controllo non si fermerebbe ai documenti: si scorre direttamente nei telefoni, alla caccia di messaggi, chat o post considerati “simpatici” a Donald Trump o all’operazione Usa. In un Paese dove la politica è anche una questione di sopravvivenza, lo smartphone diventa prova, sospetto, talvolta condanna.

Il segnale più netto del cambio di fase è arrivato con l’entrata in scena della nuova reggenza. Al vertice, Delcy Rodríguez, indicata come presidente ad interim con l’appoggio dei vertici militari; al suo fianco, due figure chiave dell’apparato coercitivo: Diosdado Cabello agli Interni e Vladimir Padrino López alla Difesa. Un triangolo di potere che sembra puntare prima di tutto a richiudere la piazza e a mettere in sicurezza il palazzo, letteralmente e politicamente.

La stretta non riguarda solo i venezuelani. Nelle ultime ore diversi giornalisti, soprattutto stranieri, sarebbero stati fermati, perquisiti o trattenuti per ore, prima di essere rilasciati. Un caso ha avuto particolare eco in Italia: l’espulsione di Stefano Pozzebon, collaboratore di CNN, bloccato all’aeroporto e poi rimandato fuori dal Paese. Un messaggio che suona come avvertimento: il racconto di ciò che accade a Caracas sarà tollerato solo finché non diventa scomodo.

Nel frattempo la notte ha aggiunto un altro fotogramma inquietante. Nei pressi del palazzo di Miraflores, un episodio di sparatoria e anti-aerea contro droni ha fatto pensare al peggio, prima che la ricostruzione prevalente parlasse di confusione interna tra forze schierate a difesa dell’area. In pratica: droni impiegati per sorveglianza, ma non comunicati a chi era a terra; risultato, un fuoco “amico” scatenato nel buio. Un errore che, più che rassicurare, svela nervi scoperti e catene di comando meno solide di quanto la propaganda vorrebbe far credere.

“La situazione è sotto controllo”, è la formula ripetuta nei resoconti ufficiali. Ma immagini e racconti restituiscono un’altra sensazione: quella di un potere che teme il contraccolpo e reagisce irrigidendo ogni angolo della città.

Il decreto di emergenza è il perno giuridico della nuova fase. L’obiettivo dichiarato è cercare e arrestare chiunque sia sospettato di aver favorito o sostenuto l’attacco statunitense. In altre parole, non solo caccia ai “collaboratori”, ma deterrenza generalizzata. Se l’asticella del sospetto è bassa, chiunque può finire nel mirino: oppositori, attivisti, perfino semplici cittadini colpevoli di un like di troppo.

E poi ci sono le carceri, l’altra faccia della repressione. Organizzazioni e comitati che seguono i detenuti per ragioni politiche denunciano la sospensione delle visite e restrizioni alle comunicazioni verso l’esterno, una mossa che isola i prigionieri e aumenta la pressione sulle famiglie. In questo clima, ogni spiraglio appare fragile, reversibile, subordinato alla convenienza del momento.

Sullo sfondo si muove la diplomazia, con un intreccio che oggi sembra quasi paradossale: da una parte la necessità, per chi regge Caracas, di non rompere del tutto con Washington; dall’altra la tentazione di blindarsi dentro casa, mostrando i muscoli. L’equilibrio è instabile: ogni gesto verso l’esterno può essere letto come cedimento; ogni gesto interno come segnale di forza. Ma la forza, quando è ostentata, spesso nasconde la paura.

Resta l’incognita più grande: quanto può durare questa sospensione tra “ordine” e caos? Perché i regimi possono chiudere le piazze, ma non possono cancellare l’incertezza. E l’incertezza, in Venezuela, è diventata sistema: un sistema che oggi si regge su camionette, decreti e milizie, mentre fuori si decide quanto spazio avrà davvero la parola “transizione”.

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