Tra rassicurazioni americane e nervi scoperti dopo il Venezuela, la Francia mette sul tavolo una reazione “a prova di intimidazioni” e costringe l’Europa a parlare con voce più dura.
(Foto: il presidente francese Emanuel Macron all’Eliseo con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen)).
La parola chiave, a Parigi, è una sola: prepararsi. Il governo francese ha fatto sapere di stare lavorando con i partner a un piano di risposta nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di trasformare in fatti la loro pressione sulla Groenlandia. La frase che gira nei palazzi non è da diplomazia felpata, ma da cintura allacciata: "Reagiremo a qualsiasi forma di intimidazione".
Il punto non è soltanto l’isola artica – enorme, strategica, più vicina alle nuove rotte del Nord di quanto sembri su una mappa da atlante scolastico – ma il precedente che l’Europa sente di avere appena visto in diretta: l’operazione americana in Venezuela (che ha alzato la temperatura globale e ha reso più credibili, per molti governi europei, scenari fino a ieri impensabili tra alleati).
In questo clima, la Francia prova a fare due cose insieme: mettere un freno alla deriva e, nello stesso tempo, evitare che la crisi diventi una profezia che si autoavvera. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha raccontato di aver parlato con il segretario di Stato Marco Rubio, ricevendo una rassicurazione netta sulla strada militare. Tradotto: Washington, almeno a parole, non starebbe ragionando come nel dossier venezuelano. E infatti il messaggio riferito da Parigi è tagliato con l’accetta: "Non sarà come in Venezuela".
Eppure, anche con la smentita in tasca, la Francia non cambia postura: se c’è una lezione di queste settimane, è che le crisi non avvisano quando passano dalle dichiarazioni agli atti. Da qui l’idea del “piano Groenlandia”: una cornice di reazioni possibili – diplomatiche, economiche e di sicurezza – coordinata con gli alleati europei e atlantici, per evitare improvvisazioni (che in politica estera costano sempre il doppio).
Il nodo, ovviamente, è che la Groenlandia non è un territorio “vuoto” da contesa tra potenze: è una comunità con istituzioni proprie, ed è parte del Regno di Danimarca. La premier danese Mette Frederiksen ha scelto parole persino più dure della media europea, avvertendo che un’azione americana contro un alleato sarebbe uno spartiacque capace di far saltare la logica stessa dell’alleanza. In controluce, il messaggio è questo: se la linea rossa si sposta qui, allora nessuna garanzia resta davvero solida.
La reazione europea, infatti, ruota attorno a due concetti che Bruxelles ripete come un mantra quando sente odore di annessioni o pressioni territoriali: sovranità e integrità territoriale. La Commissione e vari governi hanno ribadito che l’UE non “ha bisogno” che qualcun altro prenda la Groenlandia per difendere l’Artico: la sicurezza si costruisce con accordi e responsabilità condivise, non con scorciatoie muscolari.
Sullo sfondo c’è il vero carburante di questa storia: l’Artico come scacchiera del XXI secolo. Rotte marittime più praticabili, nuove catene logistiche, minerali critici e terre rare, basi e radar, posture di deterrenza. E anche un dato spesso dimenticato nel frastuono: gli Stati Uniti hanno già una presenza militare importante sull’isola e, grazie a intese di lungo periodo con Copenaghen, dispongono di ampi margini operativi. È uno dei motivi per cui, a Parigi, si ripete l’argomento “razionale”: forzare la mano contro un alleato sarebbe controproducente persino per Washington.
Ma la politica, si sa, non vive solo di razionalità. E così il “piano” francese somiglia a una polizza assicurativa: si spera di non usarla, ma la si stipula quando il rischio aumenta. Quali strumenti potrebbero finire nel pacchetto europeo? In prima fila c’è la leva diplomatica: convocazioni, richieste formali, coordinamento NATO, pressione multilaterale. Poi la dimensione economica: misure mirate, revisione di cooperazioni sensibili, iniziative su tecnologie e appalti strategici. Infine, il capitolo sicurezza: non tanto “contro” gli Stati Uniti, quanto per rendere credibile che l’Europa è capace di presidiare i propri interessi artici senza deleghe automatiche.
La Francia, in questo, si muove con un doppio obiettivo: evitare l’isolamento di Danimarca e Groenlandia e impedire che l’Europa appaia spettatrice quando si parla di confini e sovranità. Perché il vero incubo, nei palazzi europei, non è solo una crisi sull’isola: è l’idea che diventi normale discutere di “prendere” territori nel perimetro occidentale come se fossero una voce di bilancio.
Resta la domanda che tutti fanno sottovoce e nessuno vuole mettere in un titolo: quanto vale, oggi, la parola “alleato”? La telefonata tra Barrot e Rubio serve a raffreddare i motori, ma non basta a spegnere l’allarme. E proprio qui sta la novità politica: per la prima volta da anni, un grande Paese europeo non si limita a condannare o a chiedere calma. Prepara una risposta. E lo fa con un messaggio implicito molto chiaro: l’Europa non intende abituarsi a vivere con l’intimidazione come meteo quotidiano.