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Fisco 2026, scattano i controlli mirati: chi finisce nel mirino

- di: Matteo Borrelli
 
Fisco 2026, scattano i controlli mirati: chi finisce nel mirino
Fisco 2026, scattano i controlli mirati: chi finisce nel mirino

Addio “a pioggia”: contano i dati, le incoerenze e (sempre di più) la scelta del concordato.

(Foto: una sede dell’Agenzia delle Entrate).

Il 2026 si apre con una parola che nel vocabolario del Fisco pesa più di una circolare: selezione. L’idea è semplice, l’effetto molto meno: meno controlli casuali e più interventi “chirurgici” su chi presenta segnali di rischio, costruiti incrociando informazioni fiscali, bancarie e amministrative. In pratica, la macchina dei controlli punta a essere più veloce nello scovare le incongruenze e più insistente con chi ignora gli avvisi.

A cambiare non è solo la quantità (che resta importante), ma soprattutto la logica. La selezione nasce dall’analisi del rischio e da un ecosistema di basi informative gestite con il supporto tecnologico di Sogei, il partner IT del Ministero dell’Economia. In un’intervista istituzionale, Sogei ha descritto un perimetro di circa 190 banche dati “a disposizione del Fisco”, con un lavoro orientato a sicurezza e interoperabilità: un numero che, nelle ricostruzioni più recenti, viene spesso raccontato come prossimo o superiore a 200 archivi informativi interconnessi.

Il bersaglio privilegiato? Partite IVA e imprese, soprattutto quando la contabilità racconta una storia e l’operatività ne suggerisce un’altra. E nel 2026 entra in gioco un doppio binario: da un lato gli ISA (gli indicatori sintetici di affidabilità), dall’altro il Concordato Preventivo Biennale, diventato un filtro strategico nella programmazione dei controlli.

Sul fronte dei volumi, la rotta è tracciata dai piani di attività: diverse letture del programma dell’Agenzia delle Entrate indicano una capacità potenziale di circa 320.000 controlli sostanziali annui collegati all’analisi del rischio, con un lavoro parallelo svolto insieme alla Guardia di Finanza che può arrivare fino a circa 65–75 mila posizioni analizzate/attenzionate in sinergia. In alcune ricostruzioni giornalistiche, invece, si parla di un obiettivo operativo di 270.000 controlli nel 2026 con crescita nel triennio successivo: numeri diversi, ma stessa direzione, cioè più pressione e maggiore focalizzazione sulle posizioni “spigolose”.

Il cuore della selezione resta lo score ISA: un punteggio da 1 a 10 che misura la coerenza del contribuente rispetto al proprio settore, alla struttura dei costi e ad altre variabili. Non è una “sentenza”, ma è un semaforo. Verde quando il profilo risulta affidabile; giallo quando compaiono scostamenti; rosso quando le incongruenze diventano ripetute, significative o inspiegabili.

Per chi viaggia alto, gli ISA non sono solo una pagella: sono anche un pass per un regime premiale. La disciplina aggiornata sui benefici premiali prevede, a determinate soglie di affidabilità, vantaggi concreti: tra questi l’esonero dal visto di conformità per compensare crediti IVA fino a 70.000 euro (con soglie e modalità che variano a seconda del punteggio dell’anno o della media del biennio). In altre parole: chi è “affidabile” tende a vedere meno ostacoli e meno controlli invasivi.

Il rovescio della medaglia è psicologico prima ancora che amministrativo: un punteggio basso non prova l’evasione, ma accende un faro. E più la contabilità appare disallineata rispetto alla “normalità statistica” del settore, più l’attenzione cresce. Qui entra in scena un elemento spesso sottovalutato: gli ISA non guardano solo i numeri “nudi”, ma provano a leggere la storia dell’attività con variabili di contesto (territorio, dimensione, struttura). Risultato: due negozi uguali sulla carta possono essere giudicati diversamente se operano in aree con dinamiche economiche differenti.

Ma cosa fa davvero scattare l’alert? Le anomalie più ricorrenti hanno un denominatore comune: incoerenza. Alcuni esempi tipici: ricavi dichiarati molto bassi in presenza di dipendenti, affitti e scorte di magazzino che “costano” come un’attività pienamente in corsa; margini troppo sottili rispetto ai parametri medi di settore; utilizzo anomalo di crediti IVA in modo “strutturale” senza una spiegazione industriale; movimenti esteri incoerenti con il profilo dell’impresa; e soprattutto un mismatch tra incassi elettronici e corrispettivi dichiarati.

Il punto non è che ogni scostamento diventi automaticamente un accertamento: il punto è che gli scostamenti ripetuti, se ignorati, tendono a trasformarsi da semplice “segnalazione” in una pratica che avanza. In questo passaggio contano moltissimo le cosiddette lettere di compliance: comunicazioni con cui l’Agenzia delle Entrate invita a verificare dati, spiegare anomalie o correggere spontaneamente. È qui che si gioca una partita decisiva, perché l’inerzia può essere letta come un ulteriore indicatore di rischio.

"Ignorare un alert non lo spegne: spesso lo amplifica" è la sintesi che molti professionisti ripetono ai clienti quando arrivano le prime comunicazioni. Non è una formula ufficiale, ma fotografa bene l’approccio: la strategia 2026 punta ad aumentare la resa dei controlli, riducendo i “buchi nell’acqua” e concentrando energie dove i dati segnalano probabilità più alte di recupero.

E poi c’è il capitolo che nel 2026 può fare la differenza nella scelta dei controlli: il Concordato Preventivo Biennale. L’adesione resta facoltativa, ma il legislatore ha scritto nero su bianco un principio che pesa come un avviso ai naviganti: l’attività di controllo viene programmata con maggiore capacità operativa verso chi non aderisce o decade. La norma chiave è l’articolo 34, comma 2, del decreto legislativo n. 13/2024.

La formulazione è esplicita e lascia poco spazio alle interpretazioni di comodo: "…programmano l’impiego di maggiore capacità operativa per intensificare l’attività di controllo nei confronti dei soggetti che non aderiscono… o ne decadono". Tradotto: fuori dal concordato non significa “colpevole”, ma significa con maggiore probabilità attenzionabile, a parità di altri indicatori.

Attenzione però: diversi commentatori hanno sottolineato anche un altro aspetto, meno rassicurante per chi pensa che il concordato sia uno “scudo totale”. Da indicazioni e analisi circolate nel 2025, l’adesione non azzera i poteri di controllo su tutti i fronti, soprattutto su ambiti e tributi non coperti o su situazioni che integrano cause di decadenza. In sostanza: il concordato può ridurre l’incertezza su alcune basi imponibili concordate, ma non trasforma il contribuente in intoccabile.

Nel nuovo scenario, la parola d’ordine per imprese e professionisti è una: coerenza documentata. Coerenza tra volumi e struttura, tra incassi e dichiarazioni, tra crediti e operatività. E documentata significa “difendibile”: contratti, listini, evidenze di mercato, giustificazioni industriali, elementi che spiegano perché un anno è andato diversamente dal modello statistico.

A livello pratico, molte criticità nascono da errori “banali” ma ripetuti: codici attività non aggiornati, comunicazioni IVA non coerenti con registri e liquidazioni, corrispettivi telematici con anomalie, inventari poco robusti o contabilità gestionale che non parla con quella fiscale. In un mondo dove i dati dialogano tra loro, le dissonanze diventano più visibili. E quando diventano visibili, diventano domande.

Il 2026, insomma, non è l’anno in cui “arriva il mostro”, ma l’anno in cui il mostro smette di cercare a caso e comincia a scegliere. Per chi lavora in regola cambia poco; per chi vive di improvvisazione cambia tutto. E per la vasta zona grigia di chi sbaglia più per disordine che per dolo, la differenza la farà un dettaglio molto italiano: rispondere, chiarire, correggere in tempo.

"Il fisco digitale non perdona le incongruenze, ma premia chi le spiega": nel 2026 questa potrebbe essere la regola non scritta che conviene tenere sulla scrivania, accanto alla calcolatrice e al calendario delle scadenze.

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