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L’acqua segreta dell’Orto Botanico di Palermo: i canali arabi che sfidano il clima

- di: Sveva Faedda
 
L’acqua segreta dell’Orto Botanico di Palermo: i canali arabi che sfidano il clima

FOTO (cropped): tato grasso - CC BY-SA 2.5

Nel silenzio dell’Orto Botanico, dove il tempo sembra scorrere con la lentezza degli alberi secolari, c’è un rumore che pochi notano. È quello dell’acqua, che da oltre duecento anni percorre un labirinto invisibile di canali, pozzi e cisterne. Un sistema di irrigazione costruito nel Settecento, ispirato ai giardini arabi e ai qanat persiani, e che oggi, nell’epoca della crisi climatica, si rivela una risorsa preziosa.
L’Orto Botanico di Palermo non è solo un museo a cielo aperto di biodiversità, con le sue oltre 12mila specie vegetali che affascinano studiosi e visitatori da tutto il mondo. È anche un luogo in cui si sperimentano soluzioni per affrontare il futuro. E la risposta, come spesso accade, è scritta nel passato.


L’acqua segreta dell’Orto Botanico di Palermo: i canali arabi che sfidano il clima

Fu alla fine del XVIII secolo, quando Palermo decise di fondare il suo grande orto scientifico, che venne progettato il sistema di irrigazione. L’idea era quella di garantire l’acqua necessaria alle piante esotiche che arrivavano dai tropici e dai deserti, senza sprechi e senza bisogno di costose manutenzioni. Gli ingegneri si ispirarono alle antiche tecniche arabe, che per secoli avevano permesso alle città del Mediterraneo di sopravvivere anche nei periodi di grande siccità.

Il principio era semplice e geniale: raccogliere l’acqua piovana e quella proveniente da sorgenti sotterranee, incanalarla in condotti di pietra e distribuirla lentamente nei terreni. Così, mentre il sole arroventava i viali, le radici delle piante continuavano a ricevere l’umidità necessaria per crescere.

Ancora oggi, camminando lungo i viali dell’Orto, si possono vedere le tracce di questo antico sistema: piccole botole di pietra nascoste tra le aiuole, da cui emergono i canali sotterranei, e le grandi vasche che un tempo servivano da serbatoi.

Una risposta al cambiamento climatico
Negli ultimi anni, con l’innalzamento delle temperature e la riduzione delle piogge, il sistema è tornato al centro dell’attenzione. Gli esperti dell’Orto Botanico lo stanno studiando per capire come migliorarlo e adattarlo alle esigenze attuali.

«L’irrigazione a scorrimento naturale permette di ridurre lo spreco d’acqua e di garantire un’umidità costante nel terreno», spiega un ricercatore dell’Università di Palermo. «In un’epoca in cui la siccità è sempre più frequente, recuperare queste antiche tecniche può essere fondamentale».

Non è solo una questione accademica. Nel 2023, la Sicilia ha vissuto una delle estati più calde della sua storia, con temperature superiori ai 45 gradi. L’agricoltura ha sofferto, i fiumi si sono prosciugati, e l’acqua è diventata un bene sempre più prezioso. Ma nell’Orto Botanico, tra ficus monumentali e palme secolari, il verde ha resistito. Merito di un’idea nata più di due secoli fa, che oggi si rivela più attuale che mai.

Il passato che insegna il futuro
Non è la prima volta che la città di Palermo riscopre le sue radici arabe per affrontare le sfide del presente. Dai qanat, gli acquedotti sotterranei scavati dagli ingegneri musulmani tra il IX e l’XI secolo, fino al sistema di irrigazione dell’Orto Botanico, la storia dell’acqua in Sicilia è fatta di conoscenze tramandate e di soluzioni che attraversano i secoli.

Mentre il mondo cerca risposte alla crisi climatica, forse la lezione migliore viene proprio da qui: non tutto deve essere inventato da zero. A volte, basta guardare sotto i nostri piedi.

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