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Giappone: 2,1 miliardi di euro per le imprese che tornano a casa

 
Giappone: 2,1 miliardi di euro per le imprese che tornano a casa

Il Governo di Tokyo ha messo a disposizione degli industriali giapponesi che volessero fare rientrare le loro attività delocalizzate all'estero un fondo da 243,5 miliardi di yen (circa 2,1 miliardi di euro), andato rapidamente esaurito. Il provvedimento, adottato alla fine di aprile dal governo di Shinzo Abe, ha spalancato le porte dell'arcipelago per quelle attività mirate alla produzione di alto valore aggiunto.

Tra i primi ad approfittare dello dotazione è stato Iris Ohyama, grande produttore di elettrodomestici, che ha fatto tornare in patria la sua azienda che produceva maschere a Dalian (nel nord-est della Cina), oggi localizzata a Kakuda, nel nord-est del Giappone. Anche per l'emergenza sanitaria, il gruppo ha destinato il nuovo insediamento alla produzione esclusiva di maschere, già 150 milioni dall'inizio del mese. Altri gruppi potranno seguire l'esempio di Iris Ohyama. 

D'altra parte lo stesso primo ministro Shinzo Abe ha assicurato che "la produzione dipendente da un Paese di prodotti ad alto valore aggiunto sarà riportata in Giappone". Tutto bene, quindi? Da un punto di vista squisitamente industriale certamente. Ma le mosse del governo di Tokyo potrebbero determinare non poca irritazione a Pechino, proprio in un momento in cui le relazioni bilaterali sembravano volgere al bello. La pandemia di Covid-19 ha evidenziato la dipendenza del Giappone nel settore dei dispositivi sanitari. Il 20% dei pezzi di ricambio e dei materiali importati proviene, infatti, dalla Cina. 

Non è comunque una novità nei rapporti industriali tra Cina e Giappone. Ci sono stati momenti in cui gli industriali nipponici, tra i primi stranieri ad installare stabilimenti in Cina, si sono trasferiti in altri Paesi. È accaduto nel 2012, quando tra Pechino e Tokyo salì la tensione intorno al possesso di un piccolo arcipelago, quello delle isole di Senkaku (chiamato Diaoyu in Cina). Tanto che alcuni stabilimenti giapponesi in Cina furono oggetto di scioperi e, in alcuni casi, di atti vandali che portarono alla distruzione dei macchinari. 

Per evitare ulteriori problemi, gli stabilimenti di proprietà giapponese furono trasferiti, soprattutto in Thailandia e Vietnam. Stessa cosa nel 2018, al culmine della guerra commerciale tra Washington e Pechino, determinata dal contenzioso sui dazi, quando, ad esempio, Toshiba Machine, si trasferì nell'Arcipelago.

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