Meloni in Libia, il buon esito di una missione in equilibrio tra temi energetici e sicurezza

- di: Redazione
 
La visita in Libia del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per poterne fare un bilancio realistico, deve essere analizzata sotto una duplice chiave di lettura, in cui vanno in parallelo gli aspetti legati all'energia e alla sicurezza. Due argomenti delicatissimi e davanti ai quali Meloni ha cercato la difficile sintesi tra una situazione di fatto, le prospettive realistiche per il Paese e la sua agenda politica, che sembra volere andare più veloce rispetto ai normali tempi della politica internazionale. Prima di ogni analisi bisogna non dimenticare che la missione - in cui Meloni è stata affiancata al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e da quello dell'Interno, Matteo Piantedosi - era di enorme difficoltà, per una situazione oggettiva.

Il Presidente del Consiglio Meloni in Libia

La Libia di oggi (ma anche degli ultimi dodici anni, dopo la morte violenta di Muammar al Ghaddafi) ha perso ogni parvenza di Stato, nel senso che la frammentazione politica, spesso conseguenza di partizioni territoriali su base tribale, ha comportato la nascita di singole realtà spesso in contrasto armato tra di loro e che, quindi, non possono garantire quello che, nella diplomazia, è l'elemento cruciale di ogni rapporto: un interlocutore che parli per il Paese prima che per sé stesso. Una evidente prova di questo ragionamento è stata la reazione del ministro libico competente all'annuncio della firma di un accordo tra l'Eni (in Libia c'era anche l'ad Descalzi) e l'azienda energetica libica (la National Oil Corporation). L'accordo è relativo allo sfruttamento di giacimenti off shore nel blocco NC-41, a nord della Libia. L'Eni, in una nota, ha dichiarato che gli impianti inizieranno a pompare gas nel 2026 e si stima che raggiungeranno i 750 milioni di piedi cubi al giorno. Quindi, ancora fiducia, da parte italiana, verso la Libia che, nonostante i continui problemi di sicurezza, lo scorso anno ha consegnato all'Italia 2,63 miliardi di metri cubi attraverso il gasdotto Greenstream. Ben poca cosa, comunque, rispetto agli otto miliardi di metri cubi all'anno che arrivavano in Italia prima del 2011, anno della rivolta popolare contro Ghaddafi.

Ora contro l'accordo Eni-Noc, di reciproca soddisfazione economica, si è levata la voce proprio del ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, che ha detto di disconoscerlo perché non ne sapeva assolutamente nulla. Cosa che, se vera, dà l'immagine plastica delle diatribe in seno al governo libico.
Appare comunque evidente che purtroppo la firma di un contratto, nella magmatica situazione libica, dà tutto fuorché certezze, per le troppe variabili che, quotidianamente, si propongono, a cominciare dall'incertezza degli equilibri in seno alla leadership libica, in cui le varie fazioni si avvalgono di sponsor e tutor stranieri che di tutto sembrano occuparsi meno che del popolo, che, come accadeva ai tempi di Ghaddafi, vede i proventi della ricchezza del sottosuolo ingrassare alcuni a danno dei molti. Ma bene ha fatto il governo italiano a proporsi come referente, un ruolo che per Giorgia Meloni, dovrebbe crescere fino a fare assurgere l'Italia al ruolo di hub energetico per l'Europa, a cominciare da quella meridionale.

Però, ed è qui che si innesta il secondo aspetto che del primo è parte essenziale, non si può prescindere dalla sicurezza che oggi la Libia, in preda ad una guerra tra bande e tra tribù, non è in grado di garantire. Perché troppo spesso la sicurezza ha un confine che non è quello nazionale, ma delle differenti zone del Paese, che sottostanno a logiche che spesso sfuggono alla comprensione degli occidentali. L'Italia sa benissimo che il ''fronte Sud'' è quello che maggiormente alimenta il fenomeno dell'immigrazione illegale e per questo deve adoperarsi per frenare i flussi che arrivano appunto dalla Libia. Ma, allo stesso modo, sa anche che non basta dare ai libici (come è stato fatto, all'inizio della passata decade, con i tunisini, con scarsissimi risultati) strumenti di contrasto se non c'è la volontà dei politici locali di fermare un fenomeno sul quale, dobbiamo prenderne atto, ci sono moltissimi interessi, che ungono la macchina della corruzione.
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