Le indiscrezioni su una possibile candidatura di Giovanni Malagò a sindaco di Roma tornano ciclicamente, come un fiume carsico che riaffiora nei momenti meno prevedibili. Questa volta è bastata qualche voce di corridoio per rimettere il suo nome al centro della scena politica capitolina, costringendo l’interessato a intervenire pubblicamente. E lo ha fatto con il tono che gli è consueto: misurato, ironico, senza mai alimentare il clamore.
Malagò e Roma, perché no? Ma oggi la priorità resta Milano-Cortina
«Da una parte mi fa sorridere la domanda. Non so perché nascano queste voci», afferma in diretta su RTL 102.5, ospite di Non Stop News. Nessuna irritazione, nessuna chiusura secca: soltanto il sorriso di chi sa di essere considerato, nel bene e nel male, una delle personalità più note e trasversali della vita pubblica italiana. Ma subito dopo arriva la precisazione decisiva, quella che raddrizza il tiro e spegne l’entusiasmo dei più fantasiosi: «Oggi sono totalmente impegnato su questa partita delle Olimpiadi». E non è difficile credergli, visto il peso organizzativo, economico e reputazionale che i Giochi del 2026 rappresentano per il Paese.
Il carico delle Olimpiadi
Milano-Cortina è una sfida che richiede tempo, continuità e una capacità di regia non comune. Malagò, da presidente della Fondazione, è immerso in una rete di decisioni che coinvolgono governi, regioni, comuni, comitati sportivi e partner internazionali. È comprensibile, dunque, che vedere già una sua proiezione a Roma appaia prematuro. Le Olimpiadi non sono un impegno accessorio: assorbono l’attenzione quotidiana, impongono un’agenda serrata e rendono impossibile qualsiasi distrazione. In questo contesto, immaginare altro sarebbe semplicemente fuori luogo.
L’identità dell’imprenditore
Eppure Malagò non è solo un dirigente sportivo. È anche, per sua stessa definizione, un imprenditore. Un uomo abituato a muoversi tra sport, istituzioni, relazioni internazionali e mondo economico. Quando afferma: «A parte che faccio l’imprenditore, se un giorno ci si dovesse dedicare ad altro, magari si farà un ragionamento anche su altri ruoli», compie un’operazione di chiarezza: chiude la porta per l’immediato, ma non la sigilla per il futuro. Non si nega scenari, non li cerca, ma non li esclude come possibilità astratta. È un modo elegante per non alimentare indiscrezioni, pur senza nascondere che la vita pubblica può costringere a svolte inattese.
Roma come interrogativo permanente
Roma è una città che tende ad attrarre, a sedurre e a far ronzare nomi attorno a sé molto prima che esista una reale competizione. È parte della sua natura politica. Qualunque profilo noto, competente e riconosciuto viene naturalmente destinato, almeno nell’immaginario collettivo, a un ruolo romano. Che Malagò venga evocato non stupisce: la sua figura, a metà tra managerialità e istituzione, tra sport e diplomazia, risponde a una sete diffusa di volti capaci di tenere insieme mondi differenti.
Ma questo non significa che ci sia una candidatura in gestazione. Significa soltanto che il suo nome, da anni, è percepito come potenzialmente spendibile. E lo è per il tratto moderato, la rete di relazioni, l’immagine di uomo pratico che da sempre lo accompagna.
L’equilibrio nelle dichiarazioni
È interessante osservare la scelta delle parole: non un rifiuto, non un annuncio, ma un equilibrio attentamente calibrato. Dichiarare di essere “totalmente impegnato” nelle Olimpiadi chiude la porta sul presente, mentre il riferimento a un eventuale futuro lascia uno spiraglio che non fa rumore, non crea aspettative, ma nemmeno alimenta smentite clamorose. Una posizione quasi istituzionale, che permette di preservare l’attenzione dove serve: Milano-Cortina.
La prospettiva che resta sospesa
Per ora la storia finisce qui. Le Olimpiadi rappresentano il suo orizzonte immediato e totale. Roma rimane un interrogativo, non un progetto. Le voci continueranno a emergere, come sempre accade nella Capitale quando cerca nomi che possano rappresentarla. E Malagò, con la consueta prudenza, continuerà probabilmente a rispondere con la stessa formula: un sorriso, una spiegazione razionale e una porta lasciata appena accostata, “perché no?”, ma solo quando — e se — sarà il momento.