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Iran in fiamme, Khamenei sfida Trump: “Sarai rovesciato”

- di: Marta Giannoni
 
Iran in fiamme, Khamenei sfida Trump: “Sarai rovesciato”

(Foto: Ali Khamanei, Guida Suprema dell'Iran).

L’Iran è entrato nella terza settimana di una protesta che non somiglia a una fiammata passeggera, ma a un incendio che corre di città in città. Il bilancio più citato, perché aggiornato con continuità, arriva dalla rete di attivisti di HRANA (Human Rights Activists News Agency): 544 persone uccise e oltre diecimila arresti, con numeri che – per la natura della crisi e per le restrizioni – restano difficili da verificare in modo indipendente ma delineano un salto di scala drammatico.

Il quadro raccontato da più testate internazionali converge su due elementi: una repressione che si è fatta più dura, e un’infrastruttura informativa sempre più fragile. L’interruzione o il forte rallentamento della rete, insieme a limitazioni su telefonia e piattaforme, rende più complicato ricostruire cosa accade quartiere per quartiere. Eppure, proprio mentre le comunicazioni si strozzano, la politica alza la voce.

Sul fronte di Teheran, la Guida Suprema Ali Khamenei ha trasformato la crisi interna in un messaggio esterno, puntando direttamente su Donald Trump. In un’affermazione rimbalzata sui media e attribuita a interventi e messaggi diffusi in questi giorni, la linea è quella della “caduta inevitabile” di chi si comporta da tiranno: "I despoti della storia… sono stati rovesciati proprio quando erano all’apice della loro superbia. Anche lui farà la stessa fine". Nel bersaglio retorico finiscono figure evocate come simboli di potere rovesciato: il Faraone e, nel riferimento iraniano, i sovrani Reza Shah e Mohammad Reza Pahlavi.

Ma la vera novità, nella giornata del 12 gennaio, è l’incastro tra piazza e geopolitica. Da un lato, il racconto di decine di funerali, di arresti a catena, di città dove la tensione resta altissima. Dall’altro, il linguaggio dell’ultimatum che torna a occupare le prime pagine: Washington e Teheran parlano come se il fronte esterno potesse diventare una scorciatoia – o una miccia.

Trump, parlando con i giornalisti a bordo dell’aereo presidenziale, ha messo sul tavolo l’ipotesi di mosse “molto forti” contro l’Iran. Il punto, nelle sue parole, sarebbe una “linea rossa” legata all’uccisione dei manifestanti e alla risposta delle forze di sicurezza. In parallelo, lo stesso Trump ha lasciato filtrare l’idea che esista un canale: "I leader iraniani vogliono negoziare", con la possibilità di un incontro “in organizzazione”, ma anche con l’avvertimento implicito che la finestra potrebbe richiudersi in fretta.

A Teheran, invece, la risposta non è stata una mano tesa: è arrivata in forma di deterrenza. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che un attacco statunitense renderebbe Israele e le basi Usa nella regione “obiettivi legittimi”. Traduzione: se la crisi interna si internazionalizza, la rappresaglia sarebbe parte del copione, non un’eccezione.

In questo braccio di ferro, la cifra più spigolosa resta la sproporzione tra la velocità della politica e la lentezza della verità verificabile. Anche le stime di HRANA vengono riportate con una cautela ricorrente: sono dati raccolti tramite attivisti e reti sul campo, in un contesto dove lo Stato non pubblica un bilancio ufficiale e dove l’accesso alle prove è ostacolato da blackout e restrizioni. Eppure, proprio questa “nebbia” è diventata parte della crisi: se non si può vedere tutto, cresce il rischio che ciascuna parte usi i numeri come arma narrativa.

Un’altra figura torna a riaffacciarsi nel dibattito internazionale: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Negli ultimi giorni, il suo nome è ricomparso come possibile catalizzatore simbolico per settori dell’opposizione in esilio e come spauracchio per la Repubblica islamica, che tende a leggere le proteste anche attraverso la lente del “complotto” e delle ingerenze straniere. Il punto politico, però, non è tanto la sua capacità operativa quanto l’effetto di specchio: quando la piazza brucia, ogni alternativa – reale o presunta – diventa materiale per la propaganda e per la paura.

Sul piano diplomatico, la parola “negoziato” suona quasi stonata: mentre si parla di incontri possibili, si moltiplicano le ipotesi di pressione. Diversi resoconti internazionali descrivono un ventaglio di opzioni che va oltre la forza militare tradizionale: sanzioni, cyber-misure, sostegno tecnico alle comunicazioni dei dissidenti, e l’uso della leva economica come tenaglia. In controluce si vede la domanda che nessuno pronuncia fino in fondo: se l’obiettivo dichiarato è “proteggere” i manifestanti, dove finisce la solidarietà e dove inizia l’intervento?

È qui che la retorica di Khamenei prova a chiudere il cerchio: trasformare lo scontro interno in una resistenza contro “l’arroganza” esterna, e ridipingere la protesta come sabotaggio guidato da nemici. Ma è un’operazione ad alto rischio: più si attribuisce tutto a un regista straniero, più si nega l’esistenza di un malessere domestico; e più lo si nega, più si alimenta l’idea che l’unica risposta sia il pugno.

Nel frattempo, la cronaca continua a presentare lo stesso bivio ogni giorno: escalation o spiraglio. Le parole di Trump"stiamo valutando alcune opzioni molto forti" – spingono verso la prima direzione, perché mettono aspettative e minacce in pubblico. Le parole di Trump sul canale di contatto – "si sta organizzando un incontro" – spingono verso la seconda, ma senza un calendario e senza garanzie. E le parole di Qalibaf sulle “legittime” ritorsioni alzano la posta di entrambe.

La sensazione, oggi, è che l’Iran stia vivendo una prova di resistenza a più livelli: nelle strade, dove la paura convive con la rabbia; nei palazzi, dove la risposta è sempre più muscolare; e fuori dai confini, dove ogni frase può trasformarsi in un segnale militare. Se la piazza chiede futuro, la politica sembra giocare con il presente come fosse un detonatore.

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