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Trasporti, Traversi: "900 milioni per rilanciare il sistema porti del paese"

- di: Diego Minuti
 
Roberto Traversi, sottosegretario pentastellato alle Infrastrutture e Trasporti, architetto, ha un curriculum professionale di tutto rispetto, che certo lo aiuta a gestire un comparto, come quello della portualità, che è al centro dell’azione del Governo. Italia Informa gli ha rivolto qualche domanda.

In un mondo perfetto, l’Italia, con i suoi quasi ottomila chilometri di coste, dovrebbe essere all’avanguardia nei collegamenti via mare e, più in generale, nel sistema portuale. Purtroppo non è completamente vero ed il settore mostra i limiti di politiche del passato in cui la gestione dei nostri porti era soggetta a troppi condizionamenti. Cosa questo governo sta facendo per invertire questa tendenza?
"La portualità è uno dei principali pilastri dell’economia del nostro Paese, con una valenza in grado di coagulare attorno a sè sistemi economici che rappresentano una percentuale importante della produzione di valore della nostra industria, del commercio e dei servizi. Basti pensare che, secondo un rapporto, l’economia del mare nel 2017 contribuiva al Pil italiano per 34,3 miliardi di euro. Una centralità che negli ultimi anni è stata fotografata dai significativi e importanti aumenti dei traffici e dei volumi di merce passata per i porti italiani. Numeri che ne hanno consolidato il ruolo di motore della nostra economia. Però occorre fare di più, perché la concorrenza è agguerrita e perché in tutti i Paesi del Mediterraneo si programmano investimenti a sostegno del settore. Assumere un ruolo da protagonista nelle reti commerciali marittime rappresenta una sfida fondamentale non soltanto dal punto vista commerciale e industriale, ma anche in ottica geopolitica. Pensiamo a quanto la Cina investe sul programma della “Nuova Via della Seta”. Per questo il governo ha deciso di intervenire con convinzione sul rafforzamento delle opere infrastrutturali, perché riteniamo che avere porti più moderni, efficienti e meglio collegati alle reti viarie e ferroviarie in un’ottica di piena intermodalità rappresenti la via più efficace per sostenere il comparto e attirare investimenti esteri. È esattamente questa l’idea che ha ispirato il Decreto InvestimentiAutorità di Sistema Portuale con il quale il governo ha messo a disposizione 906 milioni di euro per 23 opere già cantierabili da nord a sud. Un piano di investimenti ambizioso con il quale cambiare volto a numerosi scali ampliandone le strutture, migliorandone la funzionalità e adeguandone i collegamenti alla rete viaria e ferroviaria. Se le infrastrutture non sono all’altezza e i collegamenti non adeguati, come possiamo convincere i grandi gruppi della logistica, ad esempio, a scegliere i nostri porti e non quelli del Nord Europa? In questa competizione l’efficienza dei sistemi e la loro funzionalità rappresentano fattori che hanno grande incidenza sul conto economico, e su questo ovviamente le grandi aziende internazionali costruiscono piani industriali".

Se la concorrenza è l’anima del commercio, ormai nel Mediterraneo la concorrenza per i nostri porti è molto agguerrita. Solo per citarne uno, il nuovo porto di Tangeri, espansione di quello precedente che già viaggiava con grandi numeri, è diventato il più grande del Mediterraneo, grazie ad investimenti statali molto ingenti. Come i porti italiani possono rispondere a questa sfida?
"L’impegno per rendere immediatamente disponibili risorse sufficienti a garantire un importante piano infrastrutturale è evidentemente il primo passo di una strategia di sostegno del nostro sistema portuale in modo da renderlo più competitivo in un’ottica globale in cui, al fianco de player storici, si affacciano appunto nuovi e agguerriti competitori. Oltre a questo, però, credo sia necessario agire per mettere davvero a sistema misure che sino ad oggi non hanno avuto piena attuazione. Penso ad esempio alle Zone Economiche Speciali e alle Zone Logistiche Semplificate. Si tratta di strumenti complessi che possono essere molto efficaci ma che i ritardi della burocrazia hanno frenato a lungo impedendo la piena attuazione di strumenti che invece potrebbero essere davvero utili per attrarre investimenti esteri e di conseguenza aumentare i volumi di traffico dei nostri porti, agendo come una importante leva sia sulle importazioni che sulle esportazioni. Negli ultimi mesi finalmente le cose si stanno muovendo e alcuni processi stanno arrivando a conclusione. Però siamo in ritardo e rischiamo di non sfruttare appieno armi che invece all’estero sono utilizzate con successo da tempo. Per restare in ottica di Mediterraneo, penso ad esempio alle “Free Zone” portuali come quella di Tangeri, che conta 65 mila lavoratori e 750 imprese operanti, di Barcellona (6000 lavoratori e circa 100 imprese) di Istanbul (4700 lavoratori e 387 imprese) o di Suez (1800 lavoratori e 49 imprese). Ma non basta ancora. Dobbiamo agire anche sulla burocrazia che appesantisce le pratiche portuali e rallenta i movimenti, mettendo mani alla cassetta degli attrezzi della semplificazione. Dobbiamo riuscire a diminuire drasticamente i tempi di transito delle merci nei nostri porti, non è accettabile che ,con le stesse regole, nei nostri scali si accumulino ritardi paurosi rispetto a quanto accade del Nord Europa. Si tratta di lavorare in accordo con gli uffici delle Dogane e gli uffici sanitari iniziando, ad esempio, dall’adeguamento dei sistemi informativi. Aumentare la capienza di un porto senza fare questo lavoro non lo metterà mai davvero in diretta competizione con l’estero".

I cambiamenti delle rotte commerciali e la crescita di alcuni mercati intercontinentali stanno rimettendo il Mediterraneo al centro dello scenario marittimo internazionale. Il Meridione d’Italia, per la sua posizione geografica, potrebbe essere protagonista di questa fase attraverso il proprio sistema portuale. Cosa si può fare per sostenere gli scali del Sud in questa competizione?
"Innanzitutto con il Decreto Investimenti Autorità di Sistema Portuale andiamo a finanziarie molte opere che riguardano i porti del Sud e che, una volta completate, renderanno queste strutture più efficienti e competitive. Penso, fra le altre cose, all’avamporto del Porto Canale di Cagliari, ai lavori di messa in sicurezza a Taranto, al collegamento con la A14 a Bari, al rilancio del polo della cantieristica navale a Palermo, alla diga foranea di Augusta o alla riqualificazione dell’area monumentale a Napoli. Poi molto si potrà fare in sede di riprogrammazione dei fondi strutturali europei 2021-2027 quando potremo destinare ulteriori risorse al rilancio dei porti, soprattutto guardando a quelli del Mezzogiorno. Non dimentichiamo che il Sud movimenta merci per il 42,4% totale nazionale e usa il mare per il 62% del suo export. Basti pensare che il 97% delle importazioni e esportazioni della Sardegna si muove via mare, l’89% nel caso della Sicilia il 74% della Liguria, il 53% della Calabria o il 52% della Campania. Ma non è solo questione che riguarda il Meridione: la Lombardia è la prima regione italiana per import-export marittimo (56,4 miliardi di euro) davanti all’Emilia Romagna (27,7 miliardi) e il Veneto (26,5 miliardi). La Liguria muove il 74% delle proprie esportazioni via mare. Numeri che ci dicono con chiarezza che rendere il sistema portuale italiano più forte, più competitivo e efficiente significa rendere più forte e competitiva tutta l’economia italiana".

La crisi Covid dei primi mesi del 2020 ha travolto anche i porti italiani.
"Quella legata alla pandemia e all’esigenza di porre in essere misure di contrasto al contagio da Covid 19 è una crisi globale che non ha risparmiato praticamente nessun settore dell’economia mondiale. Il commercio italiano, con i Paesi extra Ue nei primi 5 mesi del 2020, ad esempio, ha subito una contrazione del 16,8% sull’export e del 19,2% per le importazioni. Logico purtroppo che il crollo degli scambi internazionali si rifletta, naturalmente, anche sul traffico container che ancora a maggio ha registrato una flessione a livello globale del -11,4%. Per quanto riguarda il traffico marittimo, secondo uno studio Federspedi, i principali porti italiani hanno registrato una flessione dell’8,2% nel periodo gennaio-maggio 2020. Il risultato negativo è imputabile in particolare ai mesi di aprile e maggio, in cui si sono registrati valori intorno al -30%, come nel caso del porto di Genova. Quello ligure è lo scalo più colpito e nel primo semestre dell’anno ha registrato un -13,8% nel settore container, -17,7% di volume complessivo. Secondo le stime, il commercio marittimo in Italia nel 2020 subirà una contrazione del 22% e il volume di traffico nei porti italiani scenderà del 25%. È un problema che riguarda tutti i Paesi del mondo, e sono pochi quelli che hanno retto bene l’impatto della crisi: se il porto di Barcellona nei primi sei mesi dell’anno ha fatto segnare un -20% di movimentazione container, quello di Shangai dovrebbe chiudere il 2020 con -18% di traffico, mentre quello di Rotterdam nei primi tre mesi ha registrato un -15%. Dati molto complicati anche per il trasporto passeggeri: secondo l’Osservatorio congiunturale dei Trasporti dell’ufficio studi di Confcommercio, nei primi sei mesi dell’anno
il traffico passeggeri è crollato del 53%, numeri impressionanti nel settore marino con dove si è registrato un -60%. Secondo uno studio recente, l’impatto della crisi sulla blue economy sarà di 125 miliardi di fatturato in meno. Fortunatamente da giugno in avanti gli indicatori hanno fatto registrare timidi segnali di inizio della ripresa, ma ci vorranno anni per tornare ai livelli pre-crisi. Penso soprattutto al settore delle crociere, uno di quelli che ha subito il contraccolpo maggiore, e a quei porti che vivono quasi essenzialmente di quello. Bisogna trovare le modalità più efficienti per intercettare la ripresa, sostenerla e sostenere così il sistema imprenditoriale e l’occupazione"
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La cantieristica è un fiore all’occhiello del nostro Paese. Le barche progettate, realizzate ed arredate in Italia sono veri e propri gioielli, che non temono confronti o concorrenza. Con il salone nautico di Genova, appuntamento tradizionale e prestigioso, il settore intende uscire dalla crisi determinata dal Covid-19 per proiettarsi verso una nuova stagione di successi. È, a suo avviso, una prospettiva solo ambiziosa o la ritiene realisticamente fondata?
"Lo scorso anno, in occasione dell’apertura del Salone, un report segnalava che la nautica da diporto cresceva a ritmi superiori al 10% annui e aveva toccato quota 4,27 miliardi di euro. È il risultato di specializzazione che vede riconosciuta la qualità del lavoro delle nostre aziende e la specificità di un settore che negli anni ha saputo conquistarsi una posizione di eccellenza riconosciuta a livello globale. Questi biglietti da visita sono i migliori antidoti alla crisi e sono convinto che, se adeguatamente sostenuta, tutta la filiera saprà rimettersi in moto su quel cammino di successi che ne ha decretato una crescita a due cifre stabile dal 2013 in avanti, portando benefici e ossigeno a tutto l’indotto. Allargando lo sguardo al complesso della cantieristica nautica italiana, io credo che una volta assorbito il duro colpo della pandemia, la crisi possa diventare occasione per una crescita complessiva del settore, da sempre traino e eccellenza dell’economia italiana. Per fare la differenza in momenti complicati, però, serve una sinergia fra interventi pubblici e imprenditoria privata che sappia valorizzare la progettualità e la programmazione. Ossia due delle armi più efficienti per uscire dalla crisi. Penso ad esempio al progetto di “ribaltamento a mare” nello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente: con un emendamento alla legge di Bilancio il governo ha assicurato 480 milioni di risorse per la messa in sicurezza di una parte dell’area dove sarà possibile per il gruppo fare investimenti per la costruzione di un nuovo bacino per la costruzioni di navi da crociera di stazza maggiore e lo spostamento verso monte della linea ferroviaria, che oggi taglia in due il cantiere, così da permettere alle navi di prendere il mare in sicurezza. Le imprese italiane del settore nautico e cantieristico hanno tutti i mezzi per intercettare le sfide del futuro e vincerle, ma come governo dobbiamo fare la nostra parte per sostenere questi sforzi. Al momento della presentazione del Recovery Plan “Next Generation Eu” la Commissione europea ha menzionato la cantieristica navale come settore prioritario per gli investimenti individuando due obiettivi: accelerare la produzione e l’utilizzo di navi moderne di sicura sostenibilità ambientale e colmare il deficit di investimenti necessari per velocizzare la transizione “green” delle navi europee verso gli standard di rispetto ambientale che l’Europa intende raggiungere entro il 2030. È una occasione importantissima: al Mit è stato creato un tavolo di lavoro che, insieme al ministero dell’Ambiente, sta studiando le soluzioni migliori per favorire l’elettrificazione in ambito navale. All’estero esistono già esperienze di questo tipo, nei paesi scandinavi ma anche in Spagna e Francia, ma abbiamo ancora la possibilità di intraprendere questo percorso da leader. A Venezia, nei mesi scorsi, il sindaco Brugnaro ha annunciato incentivi per la transizione verso motori elettrici sulle barche utilizzate in laguna. È una delle soluzioni che stiamo studiando, ma non l’unica, per affrontare questa che a mio avviso è una delle sfide più interessanti per il settore".

Di recente ha guidato una delegazione di parlamentari dei Cinque Stelle a visitare la Capitaneria di porto di Genova. In quell’occasione, riconoscendo il lavoro svolto dalla Capitaneria di Genova e da tutte le altre, ha annunciato la presentazione di un emendamento per incrementare il personale di queste strutture. L’iter dell’emendamento è stato perfezionato e quali sono i suoi contenuti, che avranno tenuto conto dell’impegno che alle Capitanerie viene quotidianamente richiesto?
"Con un emendamento al Bilancio, è stata aumentata la dotazione organica relativa al personale in servizio permanente dei volontari del Corpo delle capitanerie di porto per garantire gli standard operativi ed i livelli di efficienza e di efficacia per l’attuazione delle misure necessarie ad accrescere la sicurezza, anche ambientale, della navigazione e dei traffici marittimi. Dagli attuali 3500 volontari effettivi in servizio, in virtù delle nuove orme approvate, si arriverà a quota 4150 nel 2026. Un modo per riconoscere l’importanza del lavoro che le Capitanerie di Porto svolgono ogni giorno su una gamma sempre più ampia di competenze che vanno dal contrasto all’abusivismo al controllo del patrimonio demaniale e della pesca, senza dimenticare fra l’altro il pattugliamento del Mediterraneo e le operazioni di recupero e salvataggio dei migranti in mare. Da venti anni, nonostante i pubblici ringraziamenti, il Corpo delle capitanerie di porto ha visto progressivamente ridursi le risorse a disposizione e il personale in servizio, senza un ricambio adeguato, ha subito un progressivo innalzamento dell’età media. Con questo intervento abbiamo voluto testimoniare il nostro apprezzamento al lavoro che svolgono questi uomini dello Stato e l’attenzione verso l’intero Corpo".
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