Elezione diretta del Premier per festeggiare la stabilità di governo

- di: Andrea Colucci
 
Oggi si festeggia il settantasettesimo compleanno della Repubblica e come ogni anno moltissimo si scrive sulla ricorrenza, sulla sua importanza e su come siamo fortunati a vivere in una democrazia estesa e solida come la nostra, garanzia di sviluppo e pace. Perché poi questa “garanzia di pace” abbia il massimo della sua celebrazione nella parata militare di via dei Fori Imperiali a Roma è tutto da spiegare. Sofismi della democrazia. In ogni caso, visto che sono della generazione che ha svolto il servizio di leva obbligatorio, io guardo con affetto alla sfilata e in cuor mio festeggio.
Dunque, assolto il compito di celebrare il 2 giugno, ci possiamo concentrare su un tema più particolare e di grande attualità: la riforma della legge elettorale e, nella fattispecie la formula del premierato. La Festa della Repubblica ci serve solo come innesco.

Elezione diretta del Premier per festeggiare la stabilità di governo

La ricerca di una legge elettorale che garantisse democrazia e stabilità di governo è stato uno dei crucci dei padri costituenti fino dai primi giorni della neonata Repubblica. Da allora i tentativi e le formule sono stati innumerevoli. Senza andare troppo indietro e prendendo come punto di partenza gli anni 80’ (periodo a partire dal quale le maggioranze di governo hanno cominciato a diventare sempre più traballanti, dopo oltre 20 anni di monocolore democristiano) l’esigenza di uno schema elettorale garante dell’azione di governo è diventata una delle priorità della politica e di noi cittadini elettori.
Le riforme che negli anni si sono succedute portano firme celebri, curiosamente definite con desinenza latina.
Ecco le più importanti.

La legge elettorale del 1986 introdusse il sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. La legge stabilì anche una premialità del 65% per la coalizione che avesse ottenuto la maggioranza dei voti.
Anche la legge elettorale del 1993, nota come Mattarellum dal nome del suo illustre relatore Sergio Mattarella, combinava elementi proporzionali e maggioritari. Il 75% dei seggi veniva assegnato con un maggioritario a turno unico e l'altro 25% con un sistema proporzionale.
Nel 2005 una ulteriore riforma elettorale porta la firma del relatore Roberto Calderoli e venne definita “Porcellum” dal compianto politologo Giovanni Sartori. Questa formula aumento la premialità per la coalizione vincente al 55% dei seggi alla Camera dei deputati e al 54% al Senato la legge prevedeva inoltre l'elezione diretta dei candidati uninominali al Senato.
A questa ha fatto seguito nel 2017 la legge Rosato nota come “Rosatellum”. Il sistema di questa formula combinava elementi proporzionali e maggioritari prevedendo un premio di maggioranza per la coalizione che ottenesse almeno il 40% dei voti

La legge elettorale del 2019 meglio conosciuta come “Rosatellum bis”, infine, ha apportato alcune modifiche al sistema elettorale. La legge ha introdotto la cosiddetta clausola di sbarramento al 2% per i partiti e al 3% per le coalizioni al fine di limitare la frammentazione politica.
Una carrellata impressionante, non c'è che dire, un fine indiscutibilmente nobile: garantire stabilità e governabilità. Eppure, oggi il governo Meloni, seppure eletto con una larga maggioranza alla camera ed una buona in Senato, rischia di vedere la sua azione appannata dalla possibile instabilità tra i partner di coalizione: segno evidente che tutte le leggi che si sono succedute non hanno raggiunto l’obiettivo.
Allora da qualche tempo – e su questo giornale ne stiamo riportando ampiamente la cronaca- si sta facendo avanti una ipotesi politicamente solida e intellettualmente stimolante: l'elezione diretta del Premier.

In buona sostanza – come ha affermato il costituzionalista Tommaso Frosini su questa testata- niente di diverso da quanto gli italiani fanno da trenta anni per eleggere il sindaco nei comuni e da oltre venti anni per eleggere il presidente di regione. A livello locale e territoriale, infatti, i cittadini votano ed eleggono il capo di quell’esecutivo, insieme a una maggioranza espressione delle forze politiche che lo sostengono, grazie a un sistema elettorale che permette di premiare le liste collegate al candidato vincente.
Allora, se a livello locale è ammessa elezione diretta del vertice di governo, perché a livello nazionale questo non è possibile?
È una distorsione istituzionale a cui andrebbe posto rimedio nell’interesse della collettività, ovvero dei cittadini elettori.

Realmente è un paradosso che gli elettori possano votare direttamente per il governo a livello periferico e non possano farlo a livello centrale. Si tratterebbe di una espressione piena della sovranità popolare. Gli italiani responsabili “in proprio” della scelta per la rappresentanza politica e di governo.
La proposta di cui si discute e che sta trovando convergenza nella maggioranza e in alcune parti dell’opposizione, è quella di codificare in costituzione l’elezione diretta del primo ministro. Emulando così il sistema del premierato inglese.
Sempre Frosini ha spiegato bene – più volte anche su questo giornale- che in Gran Bretagna vi è una constitutional convention a cui non si può derogare e non è alienabile: è quella che vuole premier il leader del partito che vince le elezioni, così che gli elettori votano per il partito, nei collegi uninominali, sapendo di votare anche per il premier.

Peraltro, una formula di questo genere rafforzerebbe la figura e il ruolo del capo del governo, il quale sarebbe l’effettivo titolare dell’indirizzo politico, con alcune prerogative costituzionali, quali il potere di scioglimento anticipato delle Camere e la revoca dei ministri. A maggior ragione il Presidente della Repubblica avrebbe un ruolo affatto scalfito nei suoi poteri e nelle sue prerogative, con una azione neutra e garante della costituzione.
Un governo scelto dal popolo per una azione continua e forte nell’arco della legislatura. Non è presidenzialismo. È un’evoluzione del sistema parlamentare, di cui non aliena le prerogative fondamentali, che nascerebbe con la ragionevole certezza di garantire stabilità all’azione di governo e dare centralità e reale sovranità agli italiani elettori.
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