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Fmi: debito europeo fuori controllo entro il 2040, riforme subito

- di: Vittorio Massi
 
Fmi: debito europeo fuori controllo entro il 2040, riforme subito

Se non si cambierà rotta il rapporto debito/Pil medio rischia di salire al 130% per i Paesi europei.

(Foto: il capo economista del Fondo monetario internazionale, Pierre-Olivier Gourinchas).

Il quadro tracciato dal International Monetary Fund (Fmi) è a dir poco severo: per molti Paesi dell’Unione Europea l’attuale evoluzione del debito pubblico non è sostenibile. Senza misure correttive efficaci, la media del rapporto debito/Pil per l’Europa potrebbe salire fino al 130 per cento entro il 2040.

Un fardello che cresce: pensioni, sanità, energia, difesa

Secondo il report “Europe Regional Economic Outlook” del 2025 firmato Fmi, le pressioni di spesa legate all’invecchiamento demografico, alla sanità, alla transizione energetica e alle necessità di difesa stanno rendendo i bilanci pubblici sempre più fragili. Il documento ipotizza un aggravio di spesa per questi capitoli pari a circa 4,5 punti di Pil nei paesi avanzati entro il 2040, un onere che il sistema attuale rischia di non reggere.

Se la situazione restasse immutata, stima il Fmi, per molti governi il debito pubblico diverrebbe “esplosivo” in termini di sostenibilità finanziaria.

Quale è il livello “sostenibile”? 90 per cento. Ma siamo già molto oltre

Il Fmi utilizza come riferimento un rapporto debito/Pil considerato ancora gestibile in lungo termine: il 90 per cento. Eppure molti paesi — tra cui l’Italia, la Francia e la Germania — hanno già superato ampiamente quella soglia, con il risultato che il margine di manovra si assottiglia rapidamente.

Le ricette del Fmi: riforme, tagli, crescita — ma molto difficili

Il Fmi propone un pacchetto complesso ma — a suo dire — indispensabile. Tra le misure suggerite: riforme strutturali a livello nazionale, revisione del sistema pensionistico, incentivo massiccio agli investimenti privati tramite banche pubbliche per lo sviluppo, e un rafforzamento del mercato unico europeo per stimolare la crescita.

In aggiunta, il Fondo valuta l’ipotesi — già sperimentata dopo la pandemia con il debito comune europeo da 800 miliardi — di ricorrere nuovamente a un indebitamento collettivo per finanziare beni pubblici strategici come difesa, energia, ricerca e infrastrutture. Un’idea che, pur ricordando le retoriche di valorizzazione della spesa per la difesa, segna un forte spostamento rispetto ai classici modelli di welfare.

I rischi paventati: stagnazione, crescita bloccata, aumento dei costi del debito

Un debito elevato e in aumento comporta conseguenze concrete: la crescita economica rischierebbe di rimanere bassa e stagnante. Tassi d’interesse sui titoli di Stato più alti, costi finanziari crescenti per imprese e famiglie, e un possibile calo degli investimenti privati se le aziende temessero nuove tasse. In uno scenario del genere, le politiche di welfare rischiano di essere sacrificate, compromettendo diritti e servizi essenziali.

È davvero credibile contare sulla difesa e sul debito comune per salvare l’Europa?

Il piano del Fmi — combinare crescita, riforme e debito comune per finanziare spesa strategica — appare molto ambizioso e politicamente complesso. L’idea che la spesa per difesa e energia possa sostituire welfare e investimenti sociali rappresenta una svolta drastica nel modello europeo tradizionale. Per molti analisti, questo rischio significa in realtà abbandonare l’economia sociale di mercato che per decenni ha contraddistinto l’Europa, a vantaggio di una logica imposta da esigenze geopolitiche esterne.

Se la ricetta imposta dal Fmi fosse applicata pienamente in paesi come l’Italia, le conseguenze rischiano di essere molto dure: tagli drastici al welfare, riduzione dei servizi pubblici, meno diritti sociali. Una vera trasformazione del patto sociale europeo.

Un bivio per l’Europa: scegliere tra modelli di disagio o un progetto di crescita diversa

L’Europa è oggi di fronte a una scelta cruciale. Continuare su un percorso che rischia di portare a debiti insostenibili, con conseguenze sociali pesanti, oppure cambiare rotta, investire in crescita reale, innovazione, infrastrutture, e riforme strutturali. L’alternativa non è più tra austerità o spesa pubblica illimitata: è tra un futuro di crisi sociale e stagnazione, o un progetto di modernizzazione collettiva.

Il tempo per decidere è poco, ed è la politica a dover fare la scelta. L’Europa non può permettersi di attendere ancora.

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