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Covid-19: la crisi ha messo in ginocchio l'industria culturale in Europa

- di: Emanuela M. Muratov
 
Il 2020, l'anno della pandemia, ha determinato una crisi in tutti i settori produttivi europei, ma per quello dell'industria culturale, tra limitazioni e chiusure, è stato semplicemente devastante.
Una catastrofe da cui si sono salvati solo i videogiochi, che hanno visto aumentare del 9 per cento i loro ricavi. Cosa che può trovare una facile spiegazione nel fatto che le persone confinate in casa hanno rivolto ai videogiochi la loro attenzione, pur di allentare il disagio dell'isolamento.
L'impatto della crisi derivata dal Covid-19, con le sue conseguenze sull'industria della cultura, è stato al centro di uno studio condotto dalla società di consulenza Ernst and Young e commissionato da Gesac (l'European Association of Authors and Composers Societies).

Il rapporto, "Rebuilding Europe: the cultural and creative economy before and after covid-19", è stato presentato oggi, nel corso di una conferenza stampa in video.
Secondo lo studio, a pagare il prezzo più alto della pandemia sono state le arti dello spettacolo, con un calo del 90 per cento se paragonato al 2019. Rispetto al 2019, le arti visive, l'architettura, la pubblicità, i libri, la stampa e le attività audiovisive hanno accusato un calo stimato tra il 20% e il 40%.
Lo studio ha, quindi, certificato quel che si temeva, cioè che le perdite del settore culturale sono state ingenti, addirittura superiori a quelle del comparto turistico e simili a quello del trasporto aereo.

"Il 2020" - ha detto Marc Lhermitte, di Ernst and Young - "è stato drammatico per le industrie creative e culturali, sia in Europa che nel resto del mondo. La cultura è stata la prima a sospendere la maggior parte delle sue attività live e di distribuzione e probabilmente sarà l'ultima a riprenderla senza restrizioni".
Dallo studio emerge anche, prendendo atto che "mai prima d'ora l'economia creativa europea ha subito una tale devastazione economica", che gli effetti "si faranno sentire nel prossimo decennio". Da Gesac, comunque, si sottolinea l'aspetto positivo del rapporto che riguarda il fatto che, prima dell'arrivo del Covid-19, il settore culturale era in netta crescita, rappresentando "il 4,4% del Pil dell'Unione Europea, con un reddito di 643.000 milioni di euro".

"Era anche" - si legge ancora nel rapporto - "uno dei principali fornitori di lavoro in Europa, con oltre 7,6 milioni di persone, più di otto volte quella del settore delle telecomunicazioni".
Gli operatori chiedono che il settore creativo sia fortemente sostenuto dall'Europa, incanalando le risorse verso finanza, formazione e responsabilizzazione.
Cioè, si legge ancora nel rapporto, con un "massiccio finanziamento pubblico e la promozione degli investimenti privati, un solido quadro giuridico per creare le condizioni necessarie per rivitalizzare l'economia creativa e salvaguardarne la crescita a lungo termine; oltre che per accrescere il soft power delle industrie culturali e creative e il talento creativo individuale per promuovere il progresso sociale".

Nel corso della videoconferenza ci sono stati significativi contributi, come quello del musicista Jean-Michel Jarre, secondo il quale la mancata attenzione che l'Europa riserva alla cultura fa sì che di questa condizione ne soffrano tutti: "allo stesso tempo" - ha aggiunto - "gli europei stanno sperimentando il valore veramente profondo dell'arte e la sua capacità di unirci. Questo studio riflette quella realtà, mette i numeri su chi soffre e offre istruzioni chiare sulla soluzione".
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