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Coronavirus: morire ''con'' Covid non significa ''per'' Covid

- di: Redazione
 
Coronavirus: morire ''con'' Covid non significa ''per'' Covid
Per essere uno che viene da un movimento che ha messo a dura prova la resistenza degli italiani con il martellante ritornello che ''uno vale uno'' (chi se lo ricorda più in casa grillina?), il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri è sicuramente più ferrato di molti altri quando si parla di Covid e, soprattutto, dei numeri che la pandemia si porta dietro quotidianamente. Sileri - che non può essere incasellato tra i politici di professione - è un medico apprezzato e stimato, ma quando si trova a fronteggiare la pericolosa materia della Salute (intesa come ministero) mostra spesso di trovarsi in difficoltà.

Coronavirus: morire ''con'' Covid non significa ''per'' Covid

Come quando gli si chiede di commentare lo strano fenomeno che si registra in Italia dove il mantenersi costante ed alto del numero ufficiale dei decessi sembra cozzare con il procedere confortante della campagna vaccinale che ha determinato, anche grazie alle misure di contenimento dei contagi, ad un alleggerimento dell'incidenza della pandemia.
Il Sileri medico sembrerebbe portato a dire che si dovrebbe essere molto più prudenti quando ci si esercita nella contabilità di casi e decessi, mentre il Sileri politico è ''costretto'' a difendere la linea rigorista del governo nella lotta alla pandemia. Una linea che, per quanto riguarda l'incidenza del virus, con numeri più positivi di appena poche settimane fa, sembra non valorizzare e premiare i progressi, proseguendo invece nella strategia di incutere paura nella gente, spingendola a restarsene rintanata nel terrore.

Cerchiamo di chiarire: ancora oggi il numero dei morti in Italia, con cause ricondotte alla pandemia, oscilla pericolosamente tra i 300 e i 400 al giorno. Sarebbe di per sé un numero elevatissimo, se solo i criteri di catalogazione dei decessi fossero assolutamente certi, omogenei e inequivocabili.
Ma poi, se andiamo a guardare le statistiche con i quali l'Istituto superiore di Sanità accompagna questi numeri, troviamo una definizione ambigua che, se fosse portata in un'aula di giustizia, sarebbe demolita in un minuto dalla parte avversa: 'Soggetti deceduti positivi a Sars-Cov-2''.

In Italia, quindi, di Covid si muore, al contrario di quello che dicono i no vax, che si nutrono di teorie scientificamente campate in aria o affidate a personaggi che la comunità scientifica ha da anni messo al bando (come Luc Montagnier). Ma sarebbe più giusto distinguere tra chi muore ''per Covid'' e chi decede ''con Covid'', che non è affatto la stessa cosa. Un malato terminale che muore in corsia, dove magari viene contagiato dal coronavirus, decede per la sua patologia non certo per essere stato infettato dal Covid-19.

Ci rendiamo conto che è praticamente impossibile accertare, caso per caso, se il decesso di un malato è dovuto esclusivamente al virus o che esso abbia impattato con una situazione clinica irreversibilmente compromessa. Ma alla fine, a leggere i bollettini, non c'è distinzione tra ''con'' e ''per'' Covid. Il che è sconcertante.
Dato per scontato che per ripulire le statistiche non si può certo procedere all'autopsia di tutti i morti (men che meno nei mesi scorsi, all'inizio della pandemia, quando i numeri erano sconvolgenti), proprio per questo i dati che vengono forniti all'opinione pubblica avrebbero bisogno d'essere visti alla luce di un ponderato giudizio sulle cause e non con la logica dell' ''intanto sono morti''.

La questione è d' impatto sociale (la gente comincia a pensare che le restrizioni non sono tutte giustificate), ma anche economico perché il fatto che il numero ufficiale dei decessi resta ancorato a cifre molto alte è di freno a chi, turista, ha in testa di venire in Italia, ma non lo fa pensando al nostro Paese come ad un lazzaretto.
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