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L'arresto del presidente del Consiglio regionale alimenta insulti che la Calabria non merita

- di: Diego Minuti
 
Partendo dal presupposto che ognuno è innocente fino all'ultimo grado di giudizio, il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini, arrestato oggi con l'accusa di collusioni con una importante, forte e sanguinaria 'ndrina, dovrebbe avere come prossimo obbligo le dimissioni. E non per ammettere responsabilità di cui, pensiamo, farà di tutto per non accollarsi. Ma, per una volta, non per quello che si potrebbe chiamare rispetto verso le Istituzioni, ma solo per amore verso la sua terra che oggi, con la raffica d'arresti eseguiti per disposizione della Procura antimafia di Catanzaro, ha guadagnato titoli d'apertura e pezzi di prima pagina.

Domenico Tallini, per tutti Mimmo, mi si consenta questa considerazione, non è una causa di quanto sta accadendo in Calabria dal punto di vista della Sanità pubblica, ma la conseguenza di decenni di affari e malaffari alimentatisi dal sistema che, a loro volta, alimentavano.
Un cane che si morde la cosa. Solo che quel morso non includeva il dolore, ma la reciproca soddisfazione: io aiuto te e tu fai lo stesso con me. Laddove "io" poteva essere (ma potrebbe essere ancora) chi era in grado di procurare guadagni illeciti, ma anche assunzioni, promozioni, cooptazioni, tutto a discapito della salute della gente che, in qualche modo, pagava, perché il giro dei favori aveva un costo e da qualche parte i soldi dovevano uscire. Con il tempo, mentre il buco dei debiti della Sanità calabrese assumeva i contorni della voragine, il sistema è andato, via via, consolidandosi indebolendo le difese (politiche, sociali, giudiziarie) dalle quali avrebbe dovuto essere messo al riparo dalla ruberie.

Oggi, che ci si lamenta, e con tutte le giustificazioni, dell'ignobile balletto dei tre commissari, ciascuno colpevole per la sua, nell'ordine, di insensatezza, avventatezza e ipocrisia, arriva la tegola dell'arresto di Tallini e delle persone che, per l'accusa, avevano costituito un reticolo di illegalità nel settore farmaceutico.
Di tutto la Sanità calabrese aveva bisogno fuorché che la sua massima figura istituzionale regionale (più del presidente della Giunta, che è soprattutto carica politica) venisse messo alla gogna mediatica, a ragione o torto lo si deciderà in un'aula del tribunale.

La Calabria non è solo debito sanitario senza fine e non è nemmeno mancanza di una classe politica in grado di affrontare un problema gigantesco come questo. Ma ormai per il tribunale dell'opinione pubblica, tacendo delle battute e delle risate che si sono fatte sulla Calabria e sulla sua situazione, la regione catalizza su di sé tutte le colpe, anche quelle che non ha.
Se poi contro la Calabria si esprimono in modo quanto meno singolare coloro che, nel ruolo di giornalisti importanti e quindi capaci di influenzare l'opinione pubblica, significa che forse è troppo tardi.

"La mia opinione
- ha scritto oggi Corrado Augias, riferendosi alla scelta del prof.Eugenio Gaudio di non onorare l'impegno, prima accettato, di fare il commissario della Sanità calabrese - è che non ci sia niente di ridicolo nella rinuncia, al contrario che sia essa stessa un aspetto della tragedia calabrese. Ritengo che la signora Gaudio abbia temuto per la vita del marito".

Parole, queste sì, che dovrebbero muovere a rivolta i calabresi onesti, ma anche coloro che lo Stato manda in Calabria per rappresentarlo. Se lo ritenessi utile, vorrei chiedere ad Augias se lo stesso teorema che lui fa capire d'avere elaborato per giustificare la scelta di Gaudio su input delle sua gentile signora (calabrese d'origine anch'ella come il marito) si possa applicare alle mogli dei carabinieri, dei poliziotti, dei finanzieri mandati in Calabria. Se si può concedere la stessa possibilità di interferire nella carriera e nel lavoro dei mariti per le mogli dei magistrati.

Ma mi chiedo infine se, nel dire questa sesquipedale baggianata, Augias abbia tenuto in debito conto le tante donne che, da magistrato o da appartenente alle forze dell'ordine, lavorano in Calabria, senza frignare. Fare della gentilissima signora Gaudio un totem dell'amore coniugale, in una vicenda surreale come quella di cui s'è reso responsabile il marito, è una soluzione capace di appeal, ma solo in chi guarda alla Calabria come al Far West d'Italia.
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