Tra tasse, regole e politica, cresce la tentazione dell’estero.
(Foto: il professor Rony Hamaui).
È un’analisi lucida, provocatoria e profondamente politica quella firmata da
Rony Hamaui (professore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e segretario generale dell’Associazione per gli Studi Banca e Borsa) sul network economico lavoce.info. Nel suo lavoro,
Hamaui affronta senza giri di parole una questione che in Italia resta spesso tabù:
le grandi banche potrebbero valutare seriamente di spostare la sede legale fuori dal Paese.
Non si tratta di una fuga improvvisa, né di un colpo di testa, puntualizza il lavoro apparso su
lavoce.info. È piuttosto l’esito razionale di un contesto sempre più ostile, fatto di
regolamentazione opprimente, fiscalità elevata e crescente interventismo dei governi.
Il caso Unicredit come cartina di tornasole
Hamaui costruisce il suo ragionamento partendo da una domanda volutamente provocatoria:
come reagirebbe il governo italiano se Andrea Orcel decidesse di trasferire
Unicredit negli Stati Uniti o nel Regno Unito?
Una mossa che, osserva Hamaui, potrebbe essere facilmente giustificata
nell’interesse degli azionisti.
Golden power utilizzato in modo estensivo, tassazione sugli extraprofitti ripetuta per tre anni,
requisiti patrimoniali europei tra i più stringenti al mondo:
Hamaui su lavoce.info elenca una sequenza di scelte politiche che rendono
la tentazione dell’estero tutt’altro che irragionevole.
Un fenomeno già visto nell’industria italiana
L’analisi di Rony Hamaui si allarga poi al quadro industriale.
Molte grandi imprese italiane – da Stellantis a Ferrari, da Campari a Ferrero –
hanno già trasferito la sede legale fuori dall’Italia.
Hamaui ricorda come questa scelta sia spesso passata attraverso holding estere,
con l’obiettivo di ridurre il carico fiscale e migliorare il quadro regolamentare.
Il punto centrale, afferma Hamaui, è che anche le banche stanno cambiando natura.
Sempre più digitali e sempre più simili a tech company,
diventano strutturalmente più mobili, sia sul piano legale sia su quello fiscale.
Gli Stati Uniti all’attacco sul fronte regolamentare
Una parte decisiva del lavoro di Hamaui su lavoce.info riguarda il confronto internazionale.
Negli Stati Uniti, spiega Hamaui, l’amministrazione Trump sta accelerando verso una
deregolamentazione bancaria massiccia.
L’allentamento dei requisiti di capitale, la revisione degli stress test e il possibile ammorbidimento
delle regole di Basilea 3 libereranno risorse enormi.
Secondo Hamaui, si parla di capitali potenzialmente reimpiegabili
per quasi 2.600 miliardi di dollari.
Il Regno Unito segue la stessa direzione, mentre la Bce – sottolinea Hamaui –
si limita a una prudente “semplificazione” normativa.
Francoforte resta convinta che banche più solide significhino maggiore stabilità,
anche a costo di comprimere il credito.
Quando le tasse sulle banche colpiscono famiglie e imprese
Sul fronte fiscale, Hamaui è categorico.
Le banche, storicamente, sono riuscite a trasferire gran parte del carico fiscale
su clienti e imprese.
Puntualizza il lavoro apparso su lavoce.info:
tassare i profitti bancari oggi significa, domani,
commissioni più alte e spread più ampi.
La digitalizzazione, però, cambia l’equilibrio.
Hamaui osserva come le banche digitali offrano tassi più competitivi,
aumentando la concorrenza e riducendo il margine di manovra dei governi nazionali.
Golden power e moral suasion: un equilibrio fragile
L’attivismo dei governi, soprattutto attraverso golden power e pressioni informali,
è un altro nodo critico evidenziato da Rony Hamaui.
Negli ultimi anni, afferma Hamaui su lavoce.info,
questo strumento è stato usato con crescente disinvoltura.
Tuttavia, la combinazione di regole europee, concorrenza internazionale e mutamento tecnologico
potrebbe rendere le banche meno disponibili ad accettare vincoli politici.
Fedeltà nazionale, ma fino a quando?
In chiusura, Hamaui tratteggia uno scenario realistico.
Oggi i grandi banchieri continuano a dichiarare il proprio legame con l’Italia.
Ma, avverte Rony Hamaui,
la fedeltà nazionale non può sostituire condizioni economiche sostenibili.
Se vorranno crescere e competere in un mercato globale in rapida trasformazione,
le banche italiane – conclude Hamaui su lavoce.info –
pretenderanno maggiore comprensione dal governo.
In caso contrario, la tentazione dell’estero potrebbe trasformarsi in una scelta obbligata.