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Il politically correct tormenta pure i cartoons

- di: Barbara Leone
 
Il politically correct tormenta pure i cartoons
Infanzia spensierata e felice? Manco per niente, se anche voi siete cresciuti a pane e cartoni animati negli anni Ottanta. I traumi legati ai cartoons di quel periodo sono tanti e variegati. Altro che Babbo Natale non esiste! Il vero shock è stato vedere la coda a pon pon del barboncino di Remì spiaccicata per strada, prova provata che il povero cagnolino era stato fatto a pezzi dai lupi. Oggi quel cartone verrebbe censurato per istigazione allo sfruttamento minorile e degli animali, dal momento che il bambino raccattava monete per i paesi addestrando scimmiette e cani. E vogliamo parlare della sindrome da crocerossina alimentata da Candy Candy? L’infermiera sbadatella ha fatto più danni del tempo delle mele, immettendo nella società orde di ragazzine che, poi donne, si sono ritrovate ad accudire legioni di carogne e imbelli al grido di io ti salverò. E ancora la biondissima e boccolosissima Georgie, che porta con sé amore e dolcezza. Pure troppo, visto che i suoi due fratelli adottivi si innamorano perdutamente di lei e se la contendono a suon di cazzotti.

Ma il top l’ha raggiunto lei: Lady Oscar

Ma il top l’ha raggiunto lei: Lady Oscar. La regina dei transgender, roba che Luxuria levete proprio. Già dalle prime note della sigla si capiva dove s’andava a parare: il buon padre voleva un maschietto ma ahimè sei nata tu, nella culla ti han messo un fioretto lady dal fiocco blu. Dirompente e rivoluzionario, nel vero senso della parola perché ambientato durante la Rivoluzione francese, questo cartone affrontava temi scottanti senza però mai renderli espliciti: l’identità sessuale, il femminismo e finanche la prostituzione. Basti pensare alla scena in cui la giovane popolana Rosalie, pensando che Oscar fosse un uomo, si vuole concedere a lei in cambio di denaro per la madre malata. 
Est modus in rebus, per dirla con Orazio. Le allusioni, in queste storie, erano aggraziate, vaghe e sfumate.

Il bacio omosessuale nel film animato Buzz Lightyear

Una nuvola di forse e di chissà, che poteva sì scatenare la pruriginosa fantasia dei giovani spettatori, ma senza mai condizionarne l’innocente giudizio. Ovvio che poi a 12 anni qualche domanda te la fai. Ma non è che ti veniva sbattuto in faccia che Lady Oscar era un travestito e Georgie una poco di buono. Te lo immaginavi, ma ogni racconto era comunque sostenuto da un sano pudore. Parola che oggi sembra una bestemmia, messa alla berlina da quel politically correct in nome del quale tutto è permesso. Anzi, dovuto. E così la Pixar, azienda leader nella realizzazione di lungometraggi d’animazione acquisita dalla Disney, è stata recentemente costretta a reinserire un bacio omosessuale all’interno del film animato dedicato Buzz Lightyear, l’eroe che ha ispirato il giocattolo di Toy Story. Il bacio, nella fattispecie tra due donne, era stato eliminato dal montaggio perché ritenuto sconveniente. Apriti cielo, in men che non si dica la comunità Lgbtq+ è partita all’attacco accusando la Disney d’omofobia ed invocando la controversa legge da poco approvata in Florida dall’apodittico nome “Don’t say gay” (non dire gay). Alla fine, la produzione ha ceduto reintroducendo il bacio della discordia. 

Ma perchè dev’esser sempre tutto così apertamente dichiarato? 

Ora va tutto bene, ma non benissimo. Perché i ragazzi di oggi sono sicuramente più scafati e svegli di noi, che sognavamo un principe azzurro come Terence di Candy Candy. Ma perchè dev’esser sempre tutto così apertamente dichiarato? Nel film, tra l’altro, si capisce benissimo che i due personaggi femminili hanno una liaison. Cosa aggiunge il bacio al film? Nulla, se non il fatto di mettere il cappello su una storia d’amore che cammina con le proprie gambe. Non aggiunge nulla, ma toglie invece riservatezza. Che non vuol dire privacy, proprio no. Vuol dire compostezza, discrezione, ritegno. Pudore, appunto. Una specie in via d’estinzione, al pari dei panda, delle tigri bianche e degli elefanti di Sumatra. Basti pensare che pochi giorni fa è uscito un altro cartone animato, sempre targato Pixar, incentrato sul tema del primo ciclo mestruale. Si chiama “Red”, che fantasia, ed è stato accolto con applausi, lodi e oh finalmente, era ora. Era ora de che? Che un momento intimo e delicato nella vita di una donna diventi un cartone animato, con tanto di scatole di assorbenti in bella mostra? Ma siamo seri? Per par condicio ne vogliamo anche uno sulla menopausa, sennò non vale. E comunque sapevatelo… l’uccellino Titti, occhioni azzurri, vocina mielosa e ciglia lunghe, era un maschio. E mo’ andate a protestare con gatto Silvestro.
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