Caro gasolio, Coldiretti Impresapesca: otto pesci su dieci importati e pescherecci non salpano

- di: Barbara Leone
 
Addio pesce fresco? Per ora no, ma il rischio esiste. Colpa del caro gasolio, acuito dal conflitto in Ucraina, che sta letteralmente mettendo in ginocchio il comparto ittico. Un settore che vale 1,5 miliardi, con quasi 250 milioni di produzione nazionale, 12mila imprese e 28mila addetti. Imprese che con il raddoppio dei prezzi del gasolio, che incidono sui costi per il 50%, si ritrovano letteralmente a rischio sopravvivenza perché al momento i costi superano di gran lunga i ricavi tant’è che sono molte le barche che lavorano ad intermittenza. I numeri arrivano da Coldiretti Impresapesca, che già da qualche giorno ha lanciato l’allarme volto a salvaguardare anche i consumatori. Perché se da una parte i pescherecci si arenano, dall’altra il pesce sui banchi del mercato c’è. Ma non sempre arriva dai nostri mari. Tutt’altro. Secondo le stime, infatti, sarebbero otto su dieci i pesci che arrivano dall’estero nei mercati ittici italiani: il pangasio del Mekong venduto come se fosse una cernia, l’halibut come se fosse la sogliola, lo squalo smeriglio spacciato per pesce spada, il filetto di brosme per baccalà, il pesce ghiaccio per bianchetto e il pago per dentice rosa.

E ancora le vongole turche e i gamberetti targati Cina, Argentina o Vietnam, dove peraltro è permesso un trattamento con antibiotici che in Europa sono vietatissime in quanto pericolosi per la salute. In testa alla black list, denuncia ancora Coldiretti Impresapesca, ci sono le importazioni dalla Spagna da cui sono arrivati ben 51 allarmi: dal pesce con presenza eccessiva di metalli pesanti come il mercurio o contaminato con il parassita Anisakis ai molluschi infettati da escherichia coli e Salmonella, fino al cadmio nei cefalopodi come seppie e calamari. Al secondo posto si piazzano gli arrivi dalla Francia con 39 casi, di cui ben 26 riguardanti la presenza del batterio Norovirus nelle ostriche, ma anche dell’Anisakis nel pesce e dei crostaci con solfiti, mentre al terzo c’è l’Olanda, anche qui con pesce all’Anisakis e Norovirus sui molluschi A contribuire a questa confusione, spiega il presidente di Coldiretti Puglia Savino Muraglia, è anche la mancanza dell’obbligo dell’indicazione di origine sui piatti consumati al ristorante, che consente di spacciare per nostrani prodotti quelli provenienti dall’estero che hanno meno garanzie rispetto a quello made in Italy. Intanto si registrano perdite importanti in uno dei settori più importanti per il mercato interno italiano. La flotta peschereccia pugliese, per esempio, secondo Coldiretti ha perso oltre un terzo delle imprese e 18mila posti di lavoro con un contestuale aumento delle importazioni dal 27% al 33%.

Vero è che il governo ha stanziato 20 milioni di euro per sostenere la filiera messa in ginocchio dal conflitto in Ucraina, e anche a Bruxelles si lavora ad un’intesa sul rimborso dei costi aggiuntivi per l’acquisto del carburante attraverso il Fondo europeo per gli affari marittimi, pesca e acquacoltura. Ma evidentemente non basta, dal momento che i pescherecci continuano per larga parte a non salpare. Una situazione che, inevitabilmente, si andrà a ripercuotere sulle tasche già provate degli italiani. I quali, stando agli ultimi dati forniti da Eurobarometro, comprano poco pesce fresco proprio per via dei prezzi troppo alti. Solo un italiano su quattro, infatti, acquista pesce fresco, allevato o surgelato alla settimana, per 28 chili all'anno, sopra la media europea ma lontano dai 60 chili dei portoghesi e con consumi in calo per via del fattore prezzi che a maggio sono cresciuti dell'8,6% con punte (secondo l’Istat) dell’11,5% per i molluschi di mare. E nei prossimi giorni, avverte il vicepresidente di Federdistribuzione, Giorgio Santambrogio, sugli scaffali degli alimentari arriverà il nuovo adeguamento dei listini chiesto dai produttori che porterà l'indice del settore da poco più del 5% ad allinearsi al quasi 7% dell'inflazione generale. Rincari che, manco a dirlo, riguarderanno anche i ristoranti che lamentano l’aumento dei costi a monte di una filiera dove, spiega sempre Giardini, un chilo di triglie viene pagato al pescatore dai 5 ai 7 euro e poi, anche per compensare il rischio scarti per la breve durata del prodotto, vede il prezzo quadruplicare al consumatore, “Finora - avverte Luciano Sbraga, vicedirettore di Fipe-Confcommercio - gli aumenti nei ristoranti sono stati contenuti in qualche punto percentuale anche perché non si possono rendere listini flessibili in base al mercato”. E più che arrivare alla decisione estrema come sta succedendo in qualche caso della temporanea chiusura, si sopperisce ai pesci più cari o più difficile da reperire con altri prodotti. Cosi si è impennato l'import da Paesi come Senegal, Guinea, Bangladesh e Cile. Tradotto, gli italiani, circondati dal mare su tre lati, molto probabilmente si ritroveranno a mangiare pesce proveniente da qualsiasi parte del mondo tranne che da casa nostra. L’alternativa è lasciarci, metaforicamente, un rene, con quello che costa il pesce fresco dei nostri mari. Come la mettiamo la mettiamo, siamo fregati. 
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