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Aridatece la cucchiarella di mammà

- di: Barbara Leone
 
Aridatece la cucchiarella di mammà
Una maglietta fina, lontana anni luce da quella soave della famosa canzone, e una frase infelice, pronunciata con superficialità e un cospicuo pizzico di noncuranza. E per finire la ciliegina sulla torta: uno pseudo balletto in modalità velina de noantri da condividere sul social più amato dagli adolescenti. Ciò che un tempo si sarebbe risolto nel nulla cosmico (uno scapaccione di qua, e un rimbrotto di là) si è trasformato in un caso nazionale, con tanto di procedimento disciplinare (atto dovuto, dicunt), commissione ad hoc convocata d’urgenza in Regione, servizi e dibattiti nei vari tg e talk show fino agli immancabili e detestabili sproloqui sul web. Praticamente un’artiglieria di sociologi-pedagoghi-psicologi-tuttologi illuminati, alimentata dalla rivoluzione messa in atto da un manipolo di studenti fancazzisti di un liceo romano, dove al grido di “libertah libertah” si è protestato contro la violazione del diritto inalienabile del “famo come ce pare”. Il tutto condito da ombelichi e cosce al vento freddo d’un febbraio che non finisce più di stupire. 

Ciò che un tempo si sarebbe risolto nel nulla cosmico si è trasformato in un caso nazionale

L’imperdonabile colpa della malvagia prof? Aver rimproverato un’alunna che durante la ricreazione si faceva fare un video per Tik Tok esibendosi in un balletto con la pancia di fuori. Ed il rimprovero sì, è stato sicuramente avventato e tranchant: “ma che stai sulla Salaria?” Una strada che, per chi non lo sapesse, è famosa per esser frequentata da sciantose passeggiatrici allegre e dalla notte dei tempi è protagonista del sapido e irriverente vernacolo romano. Certamente la professoressa ha esagerato, non si è regolata e si è espressa in modo impulsivo e poco consono al suo ruolo. Ma il finimondo che ne è scaturito dopo ha dell’incredibile, del surreale, e va a screditare completamente il valore ed il concetto stesso dell’Istituzione Scuola. Quella a cui abbiamo assistito è vera e propria rivolta. Nel senso che si è proprio rivoltato il mondo!

La prof è stata messa alla gogna pubblica, accusata di essere sessisita e di avere una mentalità da medioevo. Dal canto suo l’innocente pulzella si è fatta paladina delle battaglie di genere (sv)estendo i panni di una novella Giovanna d’Arco, valorosamente spalleggiata dai suoi compagni di Tik Tok. L’ardimentosa fanciulla dalla maglietta fina che fa immaginare tutto pretende ora le scuse formali della docente. Lei, imbarazzante sintesi di spocchia, maleducazione ed ignoranza della lingua patria, pretende le scuse formali. Perché dice che sarebbe stata calpestata la sua libertà. Parola grossa, che sottende ideali, valori e rispetto per chi ha dato la vita per difenderla. Libertà de che? Di stare con la pancia scoperta e di potersi vestire come le pare. E invece no, mia cara miss. A scuola non ti puoi vestire come ti pare. Hai mai visto un avvocato in tribunale con i bermuda? O un’infermiera coi tacchi a spillo per le corsie d’ospedale? Allo stesso modo a scuola ci si veste in maniera congrua. Non è un concetto così difficile da capire. E non è una questione di genere,  ma di decoro, pudore e compostezza. Parole che risuonano arcaiche, e che invece mai come oggi dovrebbero tornare di moda.

Oggi bisogna rivolgersi in carta da bollo agli studenti, e possibilmente con l’assistenza di un avvocato

In tutto questo ancor più penosa è la protesta degli altri studenti, che il giorno dopo il fattaccio si sono presentati a scuola con gonnelline succinte e ombelichi in vista. Per difendere la loro libertà. Libertà di essere arroganti, sfrontati e pure un po’ stupidi. Perché invece di insorgere contro la scempiaggine dell’alternanza scuola-lavoro o la didattica a distanza o, che ne so, magari pure il buco nell’ozono che ci sta sempre bene loro che fanno? Protestano per un commento infelice ad un ancor più infelice balletto da night club di una studentessa. Siamo proprio alla frutta. Non c’è speranza.

E la colpa, in fondo, non è nemmeno la loro. Ma di quello che vedono e imitano, dall’abbigliamento al comportamento. Senza capire che così perdono davvero tutto il fascino della meglio gioventù, fatta di innocenti bugie, rossetti messi di nascosto e divieti da trasgredire con fierezza. Beccandosi poi pure le conseguenze, come la cucchiarella di mammà che ti insegue fino in camera tua. Non capiscono, questi insolenti ragazzi a cui è tutto sempre dovuto, che è questa l’unicità della loro meravigliosa età. Diversamente, arriveranno a vent’anni che non avranno più nulla da scoprire e da trasgredire. E stupisce la loro solerzia nel puntare il dito contro un’insegnante maldestra, quando sono i primi a rivolgersi in maniera irrispettosa ai professori che devono, ob torto collo, far finta di nulla. Perché se dicono A, tempo un nanosecondo arriva la mammina che se li sbrana vivi. Ai nostri tempi, che non sono le guerre puniche eh, se venivamo rimproverati da un insegnante quando tornavamo a casa ci beccavamo il resto.

Cucchiarella compresa! Oggi bisogna rivolgersi in carta da bollo agli studenti, e possibilmente con l’assistenza di un avvocato. 
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