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Transizione 5.0, il Mimit rassicura: fondi ok, attesa al 28 febbraio

- di: Matteo Borrelli
 
Transizione 5.0, il Mimit rassicura: fondi ok, attesa al 28 febbraio
Transizione 5.0, il Mimit: fondi “sufficienti”, ma il conto vero è a fine febbraio
Tra overbooking, travasi sul 4Tra Pnrr, travaso sul 4.0 e polemiche politiche, imprese appese al conto finale degli incentivi.

(Foto: Adolfo Urso, ministro del ministero delle Imprese e del Made in Italy).

La parola d’ordine, a Roma, è “rassicurare”. Ma l’altra, quella che si sente nelle aziende, è “programmare”. E tra le due si è infilata Transizione 5.0, la misura che dovrebbe spingere la doppia svolta digitale ed energetica, ma che nelle ultime settimane è tornata a far discutere per un motivo molto semplice: i soldi bastano davvero?

Secondo fonti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), oggi il perimetro delle risorse è più solido di quanto si tema: la dote attuale per Transizione 5.0 viene indicata in 2,75 miliardi. Il punto, però, è che la partita non si chiude con un comunicato: si chiude con una data, e quella data è 28 febbraio, ultimo termine per comunicare il completamento dei progetti. Traduzione: il “saldo” finale lo si farà solo allora.

Dentro quei 2,75 miliardi c’è un mix che racconta anche la geopolitica dei conti pubblici: rimodulazione PNRR e interventi correttivi per evitare che lo sportello resti una vetrina senza cassa. Le stesse fonti ministeriali distinguono fra ciò che è già “certo” e ciò che è ancora “mobile”: investimenti conclusi e verificabili da una parte, progetti in corso dall’altra, prenotazioni ancora più avanti nella catena.

Il cuore del rebus è qui: da un lato gli investimenti già chiusi — quelli che, in sostanza, bussano alla porta del beneficio con i documenti in mano — dall’altro gli investimenti impegnati (acconti versati) e quelli semplicemente prenotati. È la differenza fra un conto già emesso e una cena ancora da ordinare. E il sistema, in questi mesi, ha ordinato parecchio.

Per evitare che l’ansia da “overbooking” diventi un freno, sul tavolo c’è un secondo binario: le risorse della manovra che oggi risultano indirizzate a Transizione 4.0 e che, nella ricostruzione ministeriale, potrebbero fare da paracadute alle domande rimaste scoperte sul 5.0. Il rovescio della medaglia è politico e industriale: il 4.0, per molte imprese, è meno attraente perché il vantaggio fiscale è in genere più basso rispetto alle aliquote più generose associate al 5.0.

In parallelo scorre il canale parlamentare. Il decreto collegato al piano è dentro un iter che chiede certezze rapide: non solo per le imprese, ma per la macchina amministrativa che deve validare, controllare, far quadrare regole e tempi. Nel frattempo, il messaggio che filtra dai corridoi istituzionali è una specie di “calma, ma con scadenza”: il punto di arrivo resta fine febbraio, quando il quadro diventa finalmente misurabile.

E poi c’è l’altra Italia, quella delle associazioni. Qui il lessico cambia: meno prudenza, più allarme. Confartigianato ha parlato di copertura dell’overbooking giudicata insufficiente, con il rischio di congelare investimenti già decisi. In sintesi: se la regola del gioco sembra cambiare mentre la partita è in corso, il primo riflesso è smettere di correre.

La tensione si è trasformata rapidamente in munizioni politiche. Il capogruppo del M5S al Senato, Stefano Patuanelli, ha alzato i toni: "Annunciare numeri senza coperture non crea investimenti". E poi l’affondo, con la proposta di tornare al modello precedente: "Bisogna tornare subito a Transizione 4.0 come è stato pensato e messo a terra nel 2019/2020".

Nel mezzo, le imprese chiedono una cosa sola: prevedibilità. Non basta sapere che “ci sono risorse”: serve capire quando si ottiene il beneficio, con quali regole, e soprattutto se una domanda presentata correttamente verrà trattata come un diritto o come un biglietto della lotteria. È anche per questo che organizzazioni come CNA hanno insistito su un orizzonte temporale più ampio: senza una traiettoria pluriennale, l’incentivo rischia di diventare un acceleratore di confusione, non di competitività.

Lo scenario che si delinea, quindi, è meno lineare di quanto piacerebbe a tutti. Da una parte la linea del Mimit: copertura ampia, e “conto finale” legato alla fotografia che si potrà scattare solo dopo la chiusura formale della finestra. Dall’altra la linea del sistema produttivo: l’overbooking non è un dettaglio contabile, è un fattore psicologico che può bloccare ordini, cantieri, investimenti in macchinari e in efficienza energetica.

Il vero bivio arriverà con la prova più banale e più dura: i numeri. Se a fine febbraio la distanza tra impegni e risorse risulterà gestibile, il governo potrà rivendicare la scelta del “ponte” con il 4.0 e la tenuta del sistema. Se invece emergerà un buco più ampio, sarà difficile evitare una resa dei conti: nuove coperture, nuove regole, o un ripensamento più profondo dell’architettura degli incentivi.

Per ora, la fotografia è questa: Transizione 5.0 resta un acceleratore potenzialmente potente, ma vive nella contraddizione tipica dei grandi strumenti pubblici quando la domanda supera l’offerta. In queste settimane non si discute solo di miliardi, ma di un punto più sottile: fiducia. Perché in fabbrica, spesso, l’investimento parte prima del bonus. Il bonus serve a decidere se continuare.

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