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La tesi che smaschera l’incitamento all’odio nei post di Vannacci

- di: Bruno Coiletta
 
La tesi che smaschera l’incitamento all’odio nei post di Vannacci

Un’analisi brillante e inquietante del discorso d’odio online condotta all’Università di Cagliari.

(Foto: Roberto Vannacci).

All’Università di Cagliari uno studente del corso in Lingue e Comunicazione ha presentato una tesi che porta sotto la lente il linguaggio di un europarlamentare della Lega, Roberto Vannacci, per analizzare come i social possano diventare strumenti di normalizzazione della discriminazione. Il lavoro è stato elaborato da Simone Cherchi, relatore il docente Massimo Arcangeli.

Definire l’hate speech: tra diretto e subdolo

Nella parte introduttiva della tesi lo studente ricorda che il discorso d’odio è cosa vecchia quanto i gruppi umani, ma che il web e i social ne amplificano la portata. E così distingue due forme principali: l’hate speech diretto, con insulti e attacchi espliciti; e l’hate speech implicito o subdolo, meno visibile ma altrettanto pericoloso.

Un esempio citato riguarda un post di Vannacci dopo le dimissioni dall’Europarlamento di Carola Rackete. Il post recitava: “Non ci mancherai. Ora speriamo che anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano seguano l’esempio”. A fianco, immagini che mettono in evidenza un particolare estetico — le gambe non depilate della destinataria — e che secondo lo studente servono a “bypassare gli algoritmi” e a insinuare una derisione occulta.

Il meccanismo della normalizzazione

Secondo l’analisi, nel post di Vannacci si assiste a un linguaggio d’odio subdolo che “si presenta come ragionevole e rispettabile, ma in realtà normalizza la discriminazione”. In una seconda fase, nei commenti al post, emerge l’hate speech esplicito: insulti, appellativi brutali e attacchi senza filtro.
Lo studente conclude: “Possiamo dunque distinguere due modi di fare hate speech e identificarli”.

Due altri casi-studio e un relatore che applaude

La tesi non si ferma qui. Cherchi analizza anche post di Vannacci contro la deputata Laura Boldrini e una manifestazione LGBTQ+. Il relatore Arcangeli commenta: “Simone ha fatto quello che ognuno di noi dovrebbe fare: denunciare il linguaggio dell’odio online, che ha raggiunto livelli mai visti”.

Contesto politico e social

Vannacci è militare di carriera, poi passato alla politica, eletto europarlamentare e nominato vice­segretario federale della Lega nel 2025. Le sue uscite pubbliche (body shaming, riferimenti estetici, linguaggio provocatorio) gli hanno guadagnato sia consenso che polemiche.

Perché questo studio fa scalpore

Quest’analisi dell’hate speech acquista rilievo perché non si limita all’estratto dei commenti, ma mette sotto esame il ruolo di chi genera il messaggio — e il peso del simbolismo visivo usato nel post. La tesi di Cherchi solleva un quesito chiave: quanto sono consapevoli i pubblici personaggi del potere dell’effetto delle loro comunicazioni? E quanto lo sfruttano?

Implicazioni per università, comunicazione e società

La ricerca richiama all’urgenza di alfabetizzazione digitale e linguistica: in un’era dove un post può diventare virale e generare migliaia di commenti, il confine tra opinione e incitamento all’odio è sempre più sottile. Le università devono assumersi la responsabilità di formare cittadini critici e consapevoli. Il mondo della politica e dei social network, da parte sua, dovrebbe misurare con maggiore attenzione le proprie parole.

Della provocazione e della responsabilità

La tesi di laurea qui raccontata non è solo un esercizio accademico: è un richiamo alla coscienza pubblica. Quando un post di un politico si trasforma in case-study universitario, significa che qualcosa nel modo di comunicare è andato troppo oltre. E forse è ora di chiedersi: chi governa davvero il linguaggio online? Chi verifica la linea che separa la satira pungente dall’odio organizzato?

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