Scuola - Una svolta al ministero dell’Istruzione? Sarà il trionfo del merito?

- di: Teodosio Orlando
 
In occasione del suo insediamento, non sono state poche le polemiche che hanno coinvolto il nuovo ministro dell’Istruzione e del Merito, il professor Giuseppe Valditara, rinomato studioso di diritto e politico di lungo corso, sempre schierato con il centro-destra. Forse il maggior spunto polemico è stato determinato proprio dalla nuova denominazione del Ministero, con quel sostantivo “merito” che sembra così inviso alla sinistra1. E ciò nonostante la sinistra “democratica”, anche nella sua versione socialista, abbia spesso fatto appello al principio dell’uguaglianza delle opportunità, in base al quale ciascuno deve essere libero di scegliere il proprio progetto di vita, senza che possano continuare a esistere differenze cospicue di reddito: ma ciò doveva benissimo coniugarsi con il merito, nel senso che, invece dell’aristocrazia di nascita, dei privilegi e della ricchezza, per ambire alle posizioni sociali di maggior responsabilità si auspicava che contassero solo le capacità e i talenti. Si riteneva cioè che il merito, nello studio e in altri settori della società, scaturisse da una combinazione di intelligenza e impegno e non dalla posizione sociale ed economica delle persone. Ma non tutti la pensano così, a sinistra: soprattutto per la generazione proveniente dal ’68, l’uguaglianza delle opportunità viene considerata una menzogna che servirebbe a perpetuare il privilegio di classe in un società oppressiva fondata sulla divisione del lavoro, dandole solo l’apparenza dell’equità. Per alcuni sindacalisti, il merito renderebbe addirittura “spietata” la società, se fosse inteso come unico fattore di promozione. Ad esempio, l’ex segretario della CGIL Bruno Trentin, in anni non troppo lontani, ebbe a scrivere: «il ricorso al ‘merito’ ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante». Secondo il sindacalista, la meritocrazia era già stata respinta dall’illuminismo settecentesco.

Scuola - Una svolta al ministero dell’Istruzione? Sarà il trionfo del merito?

A Valditara tocca quindi l’ingrato, e difficile, compito di mostrare che il nostro sistema dell’istruzione possa sì privilegiare la meritocrazia, ma conciliando eguaglianza e libertà secondo i princìpi di una società liberal-democratica in cui si possa parlare di élites basate sul merito invece che sul privilegio, mettendo l’istruzione pubblica di qualità davvero alla portata di tutti e facendone il principale veicolo della mobilità sociale. Tutto ciò sulla base di quelli che molti studiosi hanno individuato come i tre princìpi di una meritocrazia “virtuosa”: 1) le carriere aperte ai talenti (i posti di lavoro e gli incarichi vanno distribuiti conformemente alle competenze, senza privilegiare nessuno); 2) l’uguaglianza delle opportunità (coloro che hanno le stesse abilità e conoscenze devono avere le stesse opportunità nella vita, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza); 3) l’idea per cui gli incarichi e i posti di lavoro debbano essere assegnati a chi li merita.

Certo, alcune di queste premesse potrebbero essere anche ascritte alla filosofia implicita nell’antica riforma della scuola di Giovanni Gentile (risalente al 1923) a cui lo schieramento politico a cui Giuseppe Valditara appartiene ama talora rifarsi. A nostro parere, non è più il tempo delle riforme “palingenetiche”, che mirino a ricostruire ab imis fundamentis la scuola pubblica. Sarebbe semmai più opportuno invertire una tendenza (quella pedagogistica e demagogica degli ultimi decenni, travestita volta per volta da aziendalismo o da finto egualitarismo) che ha dalla sua innumerevoli lobby, associazioni e gruppi di pressione. Ma Valditara mi sembra una persona seria e con il senso della realtà: a lui non va chiesto di essere il novello Giovanni Gentile (cosa impossibile, benché la pensasse di sé stesso Luigi Berlinguer, con esiti che, se non fosse stata frenata la riforma dei cicli, grazie anche a una pausa di riflessione del suo successore, il grande linguista Tullio De Mauro, sarebbero stati poco auspicabili – riforma poi abrogata dal ministro Letizia Moratti), bensì semplicemente di essere un pochino “gentiliano”: ossia, di difendere il liceo classico e di valorizzare sul serio il merito, senza inseguire vani sogni di riforme radicali; e, soprattutto, di resistere alle “sirene” che vorrebbero creare il liceo quadriennale, tagliando la durata della scuola di un anno (provvedimento su cui in Germania hanno provvidenzialmente fatto marcia indietro). Se poi, da docente di diritto romano qual è, Valditara volesse ripristinare un po’ di ore di latino dove sono state cancellate (ad esempio nel triennio del liceo linguistico), allora potremmo ritenerci tutto sommato soddisfatti.

Valditara può sicuramente vantare lunghe e diffuse competenze nell’ambito dell’istruzione: è professore ordinario di Diritto romano all’università di Torino, è stato più volte senatore (presiedendo la Commissione Cultura e istruzione del Senato), assessore all’Istruzione alla provincia di Milano e Capo del Dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca del Ministero dell’istruzione e dell’università nel primo governo Conte (il capo dipartimento è una sorta di superdirettore generale che ha, de facto, assorbito una parte dei poteri che una volta erano dei sottosegretari, ponendosi come figura intermedia tra politica e amministrazione). Le premesse ci sono tutte, quindi, perché possa assolvere il suo incarico con rigore e competenza.

A nostro sommesso parere, sono cinque le priorità che il ministro dovrebbe curare particolarmente, ossia:

1) Il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, connettendola in modo più proficuo con il mondo del lavoro e delle professioni.

2) La valorizzazione del liceo classico e scientifico, anche come modelli internazionali da esportare tramite la rete delle scuole italiane all’estero (piuttosto che inseguire slogan un po’ frusti, come quello del cosiddetto “liceo del Made in Italy”).

3) L’attenzione all’inclusività, nel senso che la scuola non deve lasciare indietro nessuno, cercando il più possibile di recuperare coloro che oggi non riescono a completare il ciclo scolastico dell’obbligo.

4) La cura per l’edilizia scolastica, anche costruendo nuovi edifici e strutture.

5) La valorizzazione del merito, sia per gli studenti, sia per i docenti (per questi ultimi pensiamo non a una progressione interna alla scuola, ma piuttosto a una sorta di “carriera” come formatori dei nuovi insegnanti, da realizzare in collaborazione con l’università, come accadeva al tempo delle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario).

Nel prosieguo dell’articolo, ci soffermeremo brevemente solo sui primi due punti, rimandando gli altri tre a futuri approfondimenti.

Il predecessore di Valditara, Patrizio Bianchi, nel libretto Nello specchio della scuola. Quale sviluppo per l’Italia? (Bologna, Il Mulino, 2020), pubblicato prima di diventare Ministro della Pubblica Istruzione, aveva affrontato alcuni di questi punti, in un rapporto scritto secondo il classico stile a cui ci hanno abituato i vari esponenti del cosiddetto think tank del Mulino: dati precisi e freddamente esibiti, stile da relazione aziendale, fiducia incondizionata nei rapporti dell’OCSE e di altre consimili organizzazioni (paradigmatici all’uopo sono i libri di Norberto Bottani).

Bianchi si chiedeva se esista uno stretto legame fra l’educazione (intesa come istruzione generale, sulla scia dell’inglese education) e lo sviluppo. La sua risposta era positiva, nella misura in cui “lo sviluppo socialmente ed economicamente sostenibile nel tempo si fonda sulla capacità di organizzare le competenze, le abilità manuali e il giudizio critico delle persone, e di trasformare queste in quel valore aggiunto che è la vera ricchezza di una comunità”. A tal fine, per Bianchi (e come avrebbe potuto negarlo?), la “scuola è il luogo in cui si formano quelle competenze, quelle abilità, quel giudizio, elementi costitutivi della personalità degli individui, ma [che] ne strutturano anche la partecipazione alla vita collettiva”.

Aveva però ammesso che, storicamente, la scuola italiana non solo non ha rappresentato quel luogo di integrazione e di eguaglianza sociale che avrebbe dovuto essere, ma, al contrario, ha favorito l’emergere delle differenze sociali e il consolidamento delle disuguaglianze di classe. Sicché ha avuto facile gioco nel richiamarsi alla Costituzione quando stabilisce che la scuola italiana deve essere aperta a tutti (art. 34) ed essere il primo presidio di uno Stato che voglia rimuovere ogni ostacolo che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedisca «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese» (art. 3).

Ora, i governi di centro-sinistra sono riusciti a realizzare questi intenti, favorendo la crescita di libertà ed eguaglianza da cui dovrebbero scaturire quelle competenze, abilità e capacità, con cui tutti i cittadini sono chiamati a partecipare alla «ricchezza della nazione», soprattutto in una fase storica come quella attuale, in cui le sfide della globalizzazione richiedono una necessaria trasformazione della nostra comunità in una «società della conoscenza»? Secondo il centro-destra, i governi di centro-sinistra avrebbero fallito: hanno infatti mirato, per ragioni di contenimento della spesa pubblica, ad attribuire poche risorse alla scuola, sicché in futuro si rischia di non garantire quelle competenze e abilità necessarie per far crescere realmente l’economia, in modo da poter investire in modo molto più significativo sull’istruzione.

L’Italia – non va dimenticato – è il paese d’Europa con i più bassi livelli di istruzione, i più alti tassi di dispersione scolastica e il più alto numero di NEET (ossia di ragazzi che non studiano e non lavorano; acronimo di Not in Education, Employment, or Training): ciò vuol dire che la scuola non è affatto il motore di crescita di un paese che sembra irrimediabilmente bloccato.

Per quanto riguarda il primo punto, vorrei sottolineare che alla legge n. 53 del 28 marzo 2003, con cui l’obbligo scolastico è stato innalzato dai 14 ai 16 anni, non è seguito un progetto formativo con un riconoscimento formale del biennio effettuato. All’uscita dalla scuola secondaria inferiore, diventa necessario garantire percorsi professionalizzanti con la stessa dignità di quelli liceali o tecnici che però permettano di raggiungere a 16 anni una qualifica professionale in grado di consentire l’accesso al mondo del lavoro, tesi che non può che trovarci d’accordo, soprattutto in virtù del fatto che, accanto agli istituti professionali di Stato che offrono un diploma quinquennale, esiste una formazione professionale (FP) di competenza regionale, che andrebbe meglio organizzata.

Una particolare riflessione la meritano pure gli istituti tecnici superiori (ITS), biennali, postsecondari e professionalizzanti, di livello terziario ma non universitario, rivolti a favorire l’inserimento diretto nel modo del lavoro tramite corsi gestiti insieme da scuole e imprese, sul modello delle scuole di alta formazione applicata tedesche (Fachhochschulen), che diplomano quasi un milione di studenti all’anno.

Molto rituale appare invece il tema della necessità di ridare alla figura dell’insegnante una rilevanza sociale adeguata alla responsabilità che essa assume nei confronti della società: temi come la preparazione iniziale, la selezione e la formazione permanente, in collaborazione con le università, vanno ripensati con riferimento ai modelli formativi passati, come la SSIS o il TFA.

Per ciò che attiene al secondo punto, va evidenziato il richiamo a una scuola che investa di più in cultura scientifica, non in opposizione alla cultura umanistica,  ma che integri le conoscenze relative alle STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics, usato per indicare le discipline scientifico-tecnologiche e i relativi corsi di studio) in una visione della persona che deve potersi fondare su una cultura dell’uomo e della società, che costituisce la base del sapere: chiunque non può che essere d’accordo sul fatto che l’approccio scientifico-matematico deve fornire ai giovani gli strumenti metodologici per strutturare una capacità di ragionamento più sistematico - la quale impieghi allo stesso tempo capacità di astrazione e strumenti di sperimentazione -  e che le discipline umanistiche offrono a quel ragionamento la profondità che permette di dislocare efficacemente i propri giudizi nel tempo e nello spazio.

Va evitata l’idea di portare il ciclo secondario da cinque a quattro anni innalzando l’obbligo scolastico - da raggiungere anche con percorsi professionalizzanti che portino a una qualifica - dagli attuali 16 anni (senza riconoscimento di fine ciclo) ai 17: l’innalzamento dell’obbligo può essere raggiunto anche senza decurtare di un anno la durata di tutte le tipologie di studi secondari.

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