Scaroni: ma quale amicizia con Putin! Solo un accordo commerciale

- di: Redazione
 
Paolo Scaroni non ci sta: firmare un contratto commerciale non significa essere amici della controparte. Una cosa che sembra banale nella sua semplicità, ma che il presidente di Enel è quasi costretto a precisare, nel corso di una intervista a Repubblica, per controbattere chi lo ha tacciato di ''amicizia'' con Vladimir Putin, che dopo la scellerata decisione di invadere l'Ucraina è l'uomo nero (o, vista la sua origine, Baba Yaga).
Il cuore del problema (ma solo agli occhi di chi cerca un appiglio qualsiasi pur di attaccare la nuova leadership del gruppo energetico) è l'accordo che Scaroni, da amministratore delegato di Eni, firmò con Putin - che in quel momento non rappresentava sé stesso, ma la Russia, come nazione esportatrice di energia vitale per mandare avanti la nostra macchina industriale e non solo. Ma quella firma non fu, come si cerca di accreditare, una scelta personale di Scaroni, ma concordata con il governo di quel tempo. Lui, Scaroni, ad di Eni dal 2005 al 2014, agì di concerto con l'esecutivo, peraltro nell'ambito di un incontro ufficiale, di cui fu protagonista, come presidente del consiglio dell'epoca, Enrico Letta.

Scaroni: ma quale amicizia con Putin! Solo un accordo commerciale

Quindi un incontro con più protagonisti, al quale, dice oggi Scaroni, egli partecipò come altri. Anzi, rispondendo a Repubblica, Scaroni ci tiene ad essere chiaro, per evitare che anche la sola minima ombra si stagli su di lui e la sua correttezza istituzionale: ''Se vuole sapere se ero amico di Putin - dice Scaroni rivolgendosi al giornalista Walter Galbiati - le rispondo di no. Erano partner commerciali dell’Italia. Come lo erano di tutti i principali Paesi europei. Pensavo che fossero fornitori affidabili, come lo pensava Angela Merkel e il cancelliere austriaco''.

Accorgersi oggi dei rapporti commerciali tra Italia e Mosca (negli anni '60 capitale dell'Unione Sovietica, poi della Russia) appare una operazione abbastanza spericolata e che sembra non tenere conto che da una sessantina d'anni, ormai, il gas russo arriva alle nostre latitudini, per lo specifico interesse del Paese a garantirsi un flusso energetico sufficiente a saziare la ''sete'' dell'industria italiana.
Quando Scaroni, da amministratore delegato di Eni, siglò l'accordo, lo fece nell'interesse del gruppo italiano, ma soprattutto con una decisione in cui ebbe il totale appoggio del governo. E non è che l'Eni fu il primo o il solo a firmare accordi con la Russia di Putin, dal momento che lo fecero nello stesso periodo anche altri gruppi energetici europei, convinti che Mosca fosse un partner affidabile nel tempo, magari più di altri fornitori, alle prese con problemi interni (come confermato da quel che dopo accadde nella Libia di Gheddafi).

Nel suo dialogo con Repubblica, Scaroni spiega quel che, tra chi ha voce e competenze nel settore energetico, sembra l'abc, ma che non tutti sembrano coglierlo: ''Quando una società lavora nel settore del gas, il suo obiettivo è avere il gas più sicuro al prezzo più basso. Rispettando eventuali sanzioni. La Russia era considerata affidabile e non c’erano sanzioni nei suoi confronti, né da parte dell’Unione Europea né da parte dei nostri alleati Nato''.
Nella sua intervista Scaroni parla di scenari geopolitici che, per chi non mastica di politica internazionale, sembrano bianchi o neri, quando, invece, le sfumature intermedie sono tante. Come nel caso del malumore americano per il fatto che importanti gruppi energetici europei si siano legati alla Russia, che offriva tanto gas e a prezzi competitivi, garantendo costanza nei rifornimenti. Ma Paolo Scaroni, dopo il fioretto, impugna la sciabola per sottolineare che, sul gas, ci sono speculazioni che restano inspiegabili, se si pensa che fornitori e importatori appartengono allo stesso versante di politica internazionale. E nel mirino, Scaroni mette la Norvegia, che sta vedendo i suoi introiti derivati dall'energia aumentare in modo impressionante.

''Nel momento in cui Paesi come la Norvegia approvavano, in seno alla Nato, le sanzioni alla Russia, sapevano che Putin avrebbe reagito alzando il prezzo del gas. E loro - dice Scaroni - che esportano gas, potevano fare in modo che il rincaro non gravasse sui loro partner. Perché la Norvegia deve venderci i suoi 120 miliardi di metri cubi di gas all’anno a un prezzo molto più alto di quello a cui lo vendeva prima dell’invasione russa in Ucraina?''.
E, guarda caso, a cercare di mettersi per traverso all'elezione di Scaroni alla presidenza di Enel è stato il ricchissimo fondo sovrano norvegese. Quando si dice la coincidenza...
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