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Russia, svolta sul rublo digitale: la corsia di emergenza di Mosca

- di: Bruno Coletta
 
Russia, svolta sul rublo digitale: la corsia di emergenza di Mosca

Tra sanzioni, banche sotto stress e scambi esteri da proteggere, il Cremlino accelera sulla moneta di banca centrale: regole, scadenze e obiettivi di un’operazione che vale anche geopoliticamente. 

La parola d’ordine, a Mosca, è una sola: tenere. Tenere il sistema bancario in piedi, tenere in movimento i pagamenti, tenere aperto qualche varco commerciale nonostante la morsa delle sanzioni. E quando la leva fiscale e quella monetaria iniziano a produrre più attrito che slancio, arriva la scelta più “tecnologica” e più politica insieme: il rublo digitale, cioè una valuta digitale emessa dalla banca centrale e pensata per viaggiare su binari controllati, tracciabili e – nelle intenzioni – più resistenti agli urti esterni.

L’accelerazione non è un capriccio futurista: nasce da numeri che pesano. Alla fine del terzo trimestre 2025, i dati della Banca di Russia indicano un aumento dei prestiti problematici nel sistema, con un ammontare che diverse ricostruzioni legate a statistiche di banca centrale collocano attorno ai 10,4 trilioni di rubli. È il segnale più chiaro che sotto la superficie della “resilienza” si sta formando una pressione difficile da scaricare solo con nuove emissioni o con ulteriore spesa pubblica.

In questo quadro, creare una “seconda corsia” per i pagamenti significa provare a ottenere tre risultati in contemporanea: ridurre colli di bottiglia nel circuito bancario tradizionale, blindare alcune transazioni (anche pubbliche) e spingere un’infrastruttura alternativa che, potenzialmente, può aiutare a gestire i rapporti con l’estero in un contesto ostile. Non è un caso che, già dall’inizio del 2026, l’uso governativo sia stato messo sul tavolo come terreno di prova: i pagamenti pubblici sono la pista perfetta per “fare massa critica” senza aspettare il consenso spontaneo del mercato.

La tabella di marcia è chirurgica. La Banca centrale russa ha chiarito che la introduzione su larga scala parte con obblighi progressivi, concentrandosi prima su banche grandi e grandi operatori commerciali, poi a cascata sul resto dell’ecosistema. Il punto politico è evidente: il rublo digitale non deve restare un esperimento da laboratorio, ma diventare infrastruttura di sistema, innestata nella quotidianità dei pagamenti.

Le scadenze, qui, contano più degli slogan. Dal 1° settembre 2027 le banche con licenza universale e i loro clienti retail con fatturato annuo oltre 30 milioni di rubli dovranno essere in grado di processare transazioni in rubli digitali. E l’orizzonte si allarga ulteriormente fino al 2028 per l’adozione più ampia, con eccezioni previste per micro-attività sotto soglia: una scelta che mette insieme ambizione industriale e realismo operativo.

Dietro la meccanica normativa c’è anche una battaglia culturale dentro l’establishment russo. Non tutti sono convinti che il gioco valga la candela, almeno sul mercato interno. Il numero uno di Sberbank, German Gref, ha espresso pubblicamente scetticismo sui vantaggi domestici, sostenendo che l’utilità più concreta potrebbe essere nei pagamenti transfrontalieri: "Non vedo vantaggi evidenti per le persone o per le banche… l’unico possibile caso d’uso è nei regolamenti oltreconfine". È una frase che fotografa l’essenza del progetto: tecnologia sì, ma guidata dalla geopolitica.

Il punto è che, quando i margini si stringono, la moneta diventa anche un’arma di gestione del rischio. Un rublo digitale consente allo Stato e alla banca centrale di disegnare percorsi di pagamento più controllabili, potenzialmente più efficienti e, soprattutto, integrabili con regole specifiche. In un contesto di sanzioni, la promessa implicita è duplice: proteggere le transazioni “sensibili” e ridurre l’esposizione ai canali dove l’Occidente ha più leve.

Ma attenzione: nessuna valuta digitale è una bacchetta magica. Se il sistema accumula crediti deteriorati, se alcuni settori industriali soffrono domanda e prezzi, se il rublo perde forza in termini reali, una nuova infrastruttura di pagamento non cancella il problema: lo redistribuisce, lo gestisce, lo disciplina. In pratica, il rublo digitale è un tentativo di comprare tempo e di ridurre attriti là dove l’economia “di guerra” rischia di trasformare la resilienza in fragilità.

Il confronto più interessante, però, è con l’Europa: anche qui la moneta digitale è diventata un dossier strategico, ma con un passo diverso e – soprattutto – con un impianto politico-giuridico molto più complesso. La BCE ha chiuso la fase di preparazione e, nell’autunno 2025, ha spiegato che l’obiettivo è arrivare alla prontezza tecnica per un’eventuale prima emissione nel 2029, a condizione che la legislazione europea venga adottata nel 2026 e che un pilota possa partire nel 2027.

La differenza, in soldoni, è questa: la Russia punta a “imporre” rapidamente un’infrastruttura per ragioni di tenuta e di manovra internazionale; l’Europa cerca una risposta all’avanzata delle stablecoin e al predominio dei circuiti di pagamento extra-UE, ma deve far passare tutto dentro un equilibrio delicatissimo tra privacy, ruolo delle banche, limiti di detenzione e consenso politico. Non a caso, nelle ultime settimane il progetto europeo è entrato in una fase decisiva, con un voto atteso nel 2026 che viene descritto come uno snodo ad alta tensione.

In questa corsa parallela, il rublo digitale resta la scelta più “dura”: una moneta nuova per gestire un presente complicato. Se funzionerà davvero lo diranno due cose, non le conferenze stampa: la capacità di assorbire lo stress bancario senza scaricarlo sui cittadini e la possibilità, concreta, di mantenere scambi esteri vitali. Il resto è propaganda. E i pagamenti, come sempre, non mentono.

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