La protesta degli studenti non perda di vista la ragionevolezza e i sacrifici delle famiglie

- di: Redazione
 
Le tende che, da qualche giorno, punteggiano gli spazi antistanti alle università di molte città sono il simbolo di un problema che non è di oggi o anche di ieri, ma vecchio di decenni: le difficoltà economiche che devono affrontare gli studenti che non hanno alle spalle famiglie agiate per risiedere nei luoghi deputati all'istruzione.
Un problema che esplode ciclicamente, ma che oggi si presta ad una strumentalizzazione, da destra o sinistra, non importa, quasi che gli studenti siano l'occasione per riattizzare le competizione politica. II ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara un colpevole l'ha trovato, nella ricerca di responsabilità: la sinistra, che governa la maggioranza delle grandi città e che si è fatta trovare impreparata a fronteggiare questa emergenza. Una posizione che non trova coincidenza in quella della ministra all'Università, Anna Maria Bernini, che non crede utile ridurre tutto a una contrapposizione tra istituzioni, tra Governo e amministrazione locali.

La protesta degli studenti non perda di vista la ragionevolezza e i sacrifici delle famiglie

Ma, anche in questo caso, piuttosto che trovare soluzioni, si cercano colpevoli, che è il percorso più tortuoso per arrivare a dare risposte. Intanto, le micro-tendopoli sono lì, a testimoniare il problema dei cosiddetti fuori sede è stato sottovalutato per troppo tempo. Ci sono però alcuni aspetti di questa vicenda che sono stati analizzati con un pizzico di superficialità e, purtroppo, anche con un certo disprezzo delle evidenze. Partiamo dalle responsabilità che devono pure essere di qualcuno. La maggior parte delle università italiane sono statali e questo consente, grazie ai fondi dei Ministeri competenti, di tenere basse le tasse, certo molto più rispetto ad altri Paesi dove l'istruzione è costosa, anche troppo. Lo testimonia il sistema anglosassone dove è il meccanismo delle borse di studio a permettere, a chi non ha la possibilità economica, di frequentare le università per merito.
Per nostra fortuna questo sistema, che si traduce in una visione elitaria dell'istruzione, in Italia è di fatto inesistente. Eppure i ragazzi protestano.

Ma contro chi? Contro le università, che già hanno difficoltà ad affrontare le spese correnti, non possono garantire quella sistemazione abitativa che gli studenti che oggi protestano vorrebbero? Contro le amministrazioni comunali, che hanno, quotidianamente, il problema della carenza di case da mettere a disposizione a chi vive l'emergenza, magari per strada? Contro lo Stato, che di situazione emergenziali ne vive quotidianamente?
E' un circuito perverso in cui tutti hanno ragione, per paradossale che possa sembrare, e una soluzione è un vero rompicapo perché i numeri sono talmente alti (decine e decine di migliaia di studenti combattono il ''caro alloggio'') che è pressoché impossibile trovare risposte positive, soprattutto in tempi brevi.

Ai ragazzi che protestano deve andare la solidarietà, ma allo stesso modo l'onestà mentale impone di ricordare loro che non vivono in un Paese in cui tutto è dovuto, anche se lo si reclama. Non vogliamo cadere nel cinismo, ma appare difficile pensare che una protesta, come quella civile che viene condotta, debba trovare immediato accoglimento, perché è oggettivamente impossibile. A questi ragazzi bisognerebbe ricordare l'esempio di chi li ha preceduti, in un'epoca in cui l'informazione ignorava loro e i problemi che li assediavano. Oggi come ieri, sulle famiglie ricade il peso economico di chi studia lontano dalla propria famiglia e dalla propria casa. Ma ieri - succede anche oggi, ma in casi sparuti - gli studenti si impegnato a trovare da loro stessi soluzioni, magari piccole occupazioni. Che non coprono tutto quel che spendono per una stanza o anche solo un letto, ma alleviano il peso della loro condizione che grava sulle famiglie.
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