Il “tesoretto” di capitale in eccesso si è assottigliato ma resta decisivo: buyback meno efficaci, M&A più appetibili e dossier ancora caldi tra UniCredit, Mps, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm.
Il grande gioco delle banche italiane non ha chiuso i battenti: ha solo cambiato ritmo. Dopo le prime mosse del consolidamento e una fase di margini meno generosi, nel sistema resta un cuscinetto che continua a far gola: circa 14 miliardi di euro di capitale “in eccesso” (dato riferito a settembre 2025), una riserva che può alimentare una nuova stagione di operazioni straordinarie e di riallineamenti tra campioni nazionali e sfidanti.
“Capitale in eccesso” significa, in sostanza, patrimonio disponibile oltre un livello-obiettivo ritenuto prudente. Per molte grandi e medie banche italiane quel livello si colloca tipicamente tra 12% e 13% di Cet1, soglia che consente di restare a distanza di sicurezza dai requisiti di vigilanza e dagli obiettivi SREP. Avvicinarsi troppo al minimo regolamentare può costringere a misure correttive: taglio dell’attivo, stop a dividendi e buyback, o addirittura ricapitalizzazioni. Per questo le banche trattano quel margine come una riserva strategica, da impiegare quando serve e da difendere quando il ciclo gira.
Nel perimetro dei grandi istituti, la posizione più robusta resta quella di UniCredit, che continua a essere indicata come la banca con il maggior “spazio” patrimoniale nonostante investimenti e partecipazioni accumulate negli ultimi trimestri. Alle spalle, il quadro vede valori rilevanti anche per Mps, Intesa Sanpaolo, Bper e Banco Bpm, con dinamiche differenti: c’è chi ha visto scendere il margine per effetto di operazioni e crescita, e chi lo ha preservato grazie a redditività e gestione del rischio.
Il paradosso è che un patrimonio molto alto è allo stesso tempo un vantaggio e un potenziale freno: se il costo del capitale supera il rendimento generato, un’eccessiva patrimonializzazione può pesare sui multipli di Borsa e sulla percezione di efficienza. Ecco perché il “tesoretto” tende a trasformarsi in pressione: va messo a frutto, evitando che diventi una zavorra.
Finora una parte consistente è finita nella remunerazione degli azionisti, soprattutto attraverso piani di riacquisto di azioni proprie. Ma il mercato sta diventando più selettivo: quando la capitalizzazione cresce, l’effetto “spinta” del buyback può ridursi, e l’attenzione torna su mosse che cambiano davvero la partita: fusioni, acquisizioni, partnership industriali e operazioni che portino sinergie misurabili.
È qui che il risiko rialza la voce. Il dossier che catalizza più aspettative resta quello di UniCredit guidata da Andrea Orcel: la banca è considerata tra i principali registi potenziali della prossima fase, anche perché il mercato continua a leggere ogni segnale come un indizio. Nelle ultime settimane sono tornate a circolare ipotesi attorno alla quota che Delfin detiene in Mps. Ma dalle parti in causa è arrivato un doppio messaggio di cautela: «Non c’è nulla di concretizzato», è il senso delle precisazioni arrivate pubblicamente, utili a raffreddare le interpretazioni più ardite.
Non significa che tutto sia fermo. Significa che, in questa fase, la differenza la fa la disciplina: valutazioni, capitali, consenso dei regolatori e sostenibilità industriale. Il punto non è soltanto “chi compra chi”, ma con quale logica e con quali numeri: come si finanzia l’operazione, quanta capitale assorbe, che impatto ha sul Cet1 e se crea valore oltre l’effetto annuncio.
Un’altra linea di tensione corre sul confine tra banche e assicurazioni. La rete di partecipazioni incrociate — con Generali e Mediobanca che restano nodi cruciali della finanza italiana — rende ogni mossa potenzialmente “sistemica”: può spostare equilibri di governance, strategie nel risparmio gestito, distribuzione di prodotti e controllo di asset chiave. In un contesto europeo dove il consolidamento prosegue a velocità diverse Paese per Paese, l’Italia si gioca anche una partita di posizionamento: scala, efficienza e capacità di investire in tecnologia e nuovi servizi.
Morale: il capitale in eccesso è diminuito rispetto ai picchi, ma non abbastanza da spegnere la miccia. Anzi, potrebbe essere proprio la combinazione tra margini meno esplosivi e cuscinetti ancora ampi a spingere i board verso scelte più nette. Il secondo round del risiko non sarà soltanto una sequenza di rumors: sarà una prova di forza tra strategia, regolatori e mercato. E quei 14 miliardi — oggi — restano l’ingrediente che può trasformare l’attesa in azione.
Slug: secondo-round-risiko-banche-italiane-14-miliardi
Keywords: banche italiane, risiko bancario, capitale in eccesso, CET1, consolidamento, M&A, UniCredit, Mps, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Bper, Delfin, Generali, Mediobanca