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Canada verso la Groenlandia: messaggio a Trump nel Grande Nord

- di: Bruno Legni
 
Canada verso la Groenlandia: messaggio a Trump nel Grande Nord

Ottawa valuta l’invio di militari alle esercitazioni Nato: dopo l’intesa con Pechino, un doppio segnale tra dazi, Artico e autonomia europea.

(Foto: Mark Carney, primo ministro del Canada).

Nel teatro più gelido del pianeta si scalda la politica. Il Canada sta valutando l’invio di un piccolo contingente di militari in Groenlandia per partecipare ad esercitazioni con alleati NATO. Non sarebbe una “spedizione” simbolica e basta: è un messaggio scritto con l’inchiostro che a Donald Trump fa più effetto di qualsiasi comunicato, quello della credibilità e della presenza sul terreno.

Il contesto è diventato esplosivo perché Trump ha intrecciato l’Artico con il commercio: minacce di dazi (con percentuali che, nelle ricostruzioni, possono crescere nel tempo) contro Paesi europei accusati di “ostacolare” l’obiettivo americano sulla Groenlandia e, soprattutto, di avervi inviato personale militare. Tradotto: la leva tariffaria usata come clava diplomatica. E quando Trump alza la posta, spesso si ferma solo se trova un muro, o almeno un contrappeso.

Da qui il cambio di passo che si vede a Nord: Ottawa ragiona su una partecipazione che la metterebbe accanto a Danimarca, Regno Unito, Francia, Germania e altri alleati coinvolti nelle attività in Groenlandia. Niente “cariche” spettacolari: nell’Artico contano logistica, sorveglianza, interoperabilità, capacità di muoversi e comunicare in condizioni estreme. Chi c’è, pesa. Chi non c’è, subisce.

Per questo la mossa canadese si legge come un segnale su due piani. Primo: la sicurezza. La Groenlandia non è un pezzo di ghiaccio remoto, ma una piattaforma strategica nel corridoio tra Nord America ed Europa, con infrastrutture chiave e un ruolo crescente nella postura di deterrenza nel Nord Atlantico. Secondo: l’economia. Se Washington prova a trasformare i dazi in un telecomando geopolitico, l’unico modo per non farsi cambiare canale è dimostrare che esiste un fronte capace di rispondere.

In mezzo, c’è la politica interna e la firma internazionale. Il governo di Mark Carney ha appena dato un segnale di “apertura” a Pechino con un nuovo impianto di cooperazione economica e commerciale: energia, agroalimentare, filiere, tavoli tecnici riattivati. Un riavvicinamento che non significa cambiare campo, ma ridurre la dipendenza dalle pressioni di un solo interlocutore. Nella lettura di molti osservatori, è la “seconda cintura di sicurezza” di Ottawa: se il mercato americano diventa un’arma politica, diversificare non è ideologia, è assicurazione.

E poi c’è l’Europa, che in questi giorni sembra aver interiorizzato la lezione più dura: con Trump, la prudenza non basta. In varie capitali si parla di risposta coordinata e di strumenti di ritorsione commerciale. Il punto non è l’escalation per gusto dello scontro, ma il principio: se passi l’idea che basta una minaccia tariffaria per orientare decisioni su sovranità e dispiegamenti, la deterrenza si rovescia e diventa ricatto.

Sullo sfondo, la NATO prova a tenere insieme i pezzi in un momento in cui la frattura, paradossalmente, nasce tra alleati. Anche per questo il dossier Groenlandia è diventato un test politico prima ancora che militare. E la diplomazia si muove a ritmo serrato: riunioni, contatti, consultazioni, e un’attenzione crescente alle implicazioni legali e operative di qualsiasi gesto, anche quando è “solo” un’esercitazione.

Nelle dichiarazioni pubbliche, la linea europea è netta: sostegno alla sovranità danese e alla scelta groenlandese, rifiuto dell’intimidazione economica. In controluce, però, si legge un altro messaggio: la sicurezza artica è troppo importante per essere lasciata alla logica del “prendere o lasciare”. Ed è qui che la decisione canadese — anche solo allo stato di valutazione — assume peso politico: un alleato nordamericano che si posiziona, non che si defila.

Nel racconto trumpiano, la Groenlandia è spesso presentata come “necessità nazionale”. Ma dall’altra parte l’argomento è speculare: se è necessità, allora non può essere bottino. E infatti da Nuuk e Copenaghen arriva da settimane un messaggio invariabile, che in Europa viene ripetuto come un mantra: “la Groenlandia non è in vendita”. Una frase semplice, ma micidiale, perché toglie ossigeno alla trattativa impostata come shopping geopolitico.

Il Canada, adesso, sta scegliendo il tono con cui parlare a Washington. Se manda uomini, manda soprattutto un concetto: non si normalizza la pressione tariffaria come strumento per ridisegnare confini o catene di comando. E manda anche un avvertimento implicito all’Europa: il contrattacco — politico, economico, strategico — non è un optional. È l’unico linguaggio che Trump riconosce come limite.

Resta l’incognita più grande: dove si ferma questa spirale. Perché ogni “piccolo” passo, nell’Artico, pesa più che altrove. Lì la distanza è un’arma, il clima è un avversario, le infrastrutture sono poche e decisive. E quando la geopolitica entra in un corridoio stretto, basta un dazio in più o un reparto in più per trasformare una crisi diplomatica in una crisi di sicurezza.

In questo scenario, la mossa canadese appare come la più moderna delle risposte: presenza sul terreno, alleanze strette, e un piano B economico che passa anche da Cina e mercati alternativi. Non è romanticismo atlantico, è realismo artico. E, soprattutto, è la prova che il “metodo Trump” funziona solo finché gli altri lo accettano.

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