A el-Araj, sul Lago di Galilea, un’iscrizione in greco dedica una basilica a San Pietro “custode delle chiavi”: per gli studiosi è la prova materiale più antica della sua memoria pubblica.
(Foto: un particolare del mosaico).
C’è un punto, in archeologia, in cui la polvere smette di essere soltanto polvere e diventa racconto verificabile. A el-Araj, sulla sponda settentrionale del Lago di Galilea, è successo con un mosaico: non un oggetto “suggestivo”, ma un testo inciso nella pietra, in greco, dentro una basilica bizantina. Un testo che chiama in causa San Pietro con titoli espliciti e solenni, fino a identificarlo come custode delle chiavi. È questo, oggi, il cuore della notizia: una traccia materiale che rende misurabile — e databile — la memoria di Pietro, sottraendola almeno in parte al solo terreno della tradizione.
Attenzione, però: “confermare l’esistenza” non significa ritrovare un documento d’identità del I secolo o una firma autografa. In storia antica, l’equivalente della “prova” spesso è un’altra cosa: la possibilità di dimostrare che una comunità, in un’epoca precisa, riconosceva un personaggio come reale, centrale e degno di un culto pubblico, investendo risorse in un edificio e fissandone il nome in un’iscrizione. Qui sta il salto: il mosaico non prova ogni dettaglio biografico di Pietro, ma prova che la sua figura era già “istituzionale” e pubblicamente celebrata in un punto chiave della Galilea.
Il mosaico proviene da una basilica del V secolo emersa nel sito, spesso identificata come la “Chiesa di Pietro” nelle ricostruzioni del progetto. La formula che ha acceso il dibattito è quella che lega Pietro al linguaggio delle chiavi del cielo, un riferimento che richiama la teologia del primato petrino e che, in chiave archeologica, diventa un segnale potentissimo: chi ha commissionato quel pavimento voleva dire, nero su bianco, che lì Pietro non era un’ombra lontana, ma una presenza viva nella memoria del luogo.
Il contesto rende la faccenda ancora più interessante. el-Araj è uno dei principali candidati per identificare Betsaida, il villaggio legato nei testi evangelici a Pietro, Andrea e Filippo. Per decenni, la contesa è stata dominata dal confronto con et-Tell. Ma el-Araj ha un vantaggio “geografico” che pesa: è in pianura, in una zona storicamente soggetta a piene e canneti, a ridosso dell’acqua. Non è un dettaglio pittoresco: se Betsaida era un centro di pescatori, la sua relazione fisica con il lago è parte dell’identikit.
La storia recente del sito sembra scritta da un romanziere che ama gli imprevisti. Nell’estate del 2025 un incendio ha bruciato la vegetazione fitta che copriva l’area. Danni e paura, certo. Ma anche una conseguenza quasi “chirurgica”: il terreno si è mostrato come non accadeva da anni, permettendo ricognizioni e rilievi geofisici su una superficie finalmente libera. È in quel cambio di visibilità che i ricercatori hanno rafforzato l’idea di trovarsi davanti a un insediamento più grande del previsto, con segni di monumentalità e una storia urbana più complessa di un semplice villaggio.
A dirigere e raccontare questa partita sono nomi ormai ricorrenti nel dossier: l’archeologo Mordechai Aviam e lo storico-geografo R. Steven Notley, tra i punti di riferimento del progetto. In dichiarazioni pubbliche, Notley ha definito l’iscrizione sul mosaico come la più antica evidenza archeologica di una fede che riconosce Pietro come capo degli apostoli. È una frase che fa rumore perché sposta l’asse: non “una leggenda che arriva dopo”, ma un culto che, in epoca bizantina, si presenta già con parole forti e con una teologia scolpita nel pavimento.
"È la prima volta che vediamo il primato di Pietro espresso con questa chiarezza in un contesto archeologico del lago", è il senso di come gli specialisti hanno sintetizzato il valore dell’epigrafe nei commenti e nelle ricostruzioni divulgative. E quando un’iscrizione diventa notizia, di solito è perché è leggibile, contestualizzabile, confrontabile: insomma, perché costringe a fare i conti con un dato e non con un’impressione.
Il mosaico, inoltre, non “vive” da solo. La cornice storica evoca un altro testimone: il pellegrino Willibald di Eichstätt, che nel suo viaggio (VIII secolo) riferisce di una chiesa a Betsaida costruita sul sito della casa di Pietro e Andrea. Questo incrocio tra testo medievale e edificio tardoantico è uno dei punti forti della discussione: non perché risolva ogni cosa, ma perché mostra come l’identificazione del luogo fosse raccontata e trasmessa nei secoli, fino a diventare architettura e, con il mosaico, epigrafia.
Il passaggio decisivo, per gli studiosi, è la catena che si crea tra reperto e memoria. Un’iscrizione del V secolo prova che, in quel tempo, una comunità cristiana ha investito su Pietro in modo pubblico, ufficiale, misurabile. Questo non cancella il lavoro critico — la cronologia, i confronti con altri siti, la discussione su Betsaida ed et-Tell — ma cambia la postura del dibattito: non più soltanto “dove poteva essere”, bensì “chi ha scritto cosa, quando, e perché proprio lì”.
In un’epoca in cui la parola “prova” viene spesso usata come slogan, el-Araj offre una lezione più sottile e più seria: la storia non sempre ti consegna un volto, ma a volte ti consegna una comunità che parla. E quando quella comunità scrive “Pietro” su un mosaico, con le chiavi in mano e un ruolo riconosciuto, non sta facendo poesia: sta fissando una memoria nel luogo e nel tempo. È così che Pietro, almeno sul piano storico-materiale, smette di essere soltanto racconto e diventa traccia.