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Petrolio e metalli in retromarcia: l’Asia scarica i “beni rifugio”

- di: Marta Giannoni
 
Petrolio e metalli in retromarcia: l’Asia scarica i “beni rifugio”

Tono più cauto di Donald Trump sull’Iran, prezzi giù e mercati che ricalibrano il rischio.

(Foto: greggio in retromarcia).

Seduta movimentata sulle piazze asiatiche: petrolio e metalli preziosi hanno imboccato la discesa dopo dichiarazioni politiche che hanno raffreddato, almeno per qualche ora, lo scenario di un’escalation militare legata all’Iran. Il mercato, che nei giorni scorsi aveva prezzato il rischio geopolitico con forza, ha reagito con un’ondata di vendite sulle commodity più sensibili alle tensioni internazionali.

Il movimento più evidente si è visto sul greggio. Nelle contrattazioni asiatiche di metà giornata, il WTI è scivolato di oltre il 3% attorno ai 60 dollari al barile, mentre il Brent ha perso circa il 3% in area 64,39 dollari. Numeri che fotografano un cambio di sentiment: meno “premio di rischio” e più attenzione alla sostenibilità della domanda globale, mentre gli operatori tornano a guardare anche a crescita, scorte e politica monetaria.

Il segnale politico che ha innescato la correzione è arrivato da Donald Trump, che ha smorzato i toni su un’azione militare imminente: “Dobbiamo guardare e vedere”, è stata la frase attribuita al presidente statunitense, con l’indicazione che le uccisioni di manifestanti anti-regime sarebbero cessate. Per i mercati è bastato questo cambio di registro per far arretrare la domanda “difensiva” costruita a ridosso del rischio Medio Oriente.

Il riposizionamento si è esteso ai metalli preziosi. L’oro, che tende a rafforzarsi quando aumenta l’incertezza, ha limato terreno con un calo intorno allo 0,5% in area 4.594,64 dollari (prezzo spot), mentre l’argento ha accusato una flessione più brusca, fino a oltre il 5% a circa 87,99 dollari. È il classico copione da “profit taking”: quando lo scenario si fa meno minaccioso, parte degli investitori incassa e riduce l’esposizione sui beni rifugio.

Sotto la superficie, però, il quadro resta delicato. Il mercato del petrolio continua a vivere di equilibri fragili: basta un titolo di politica estera per cambiare direzione in poche ore, perché la regione mediorientale è centrale per rotte, produzioni e aspettative. In questo contesto, resta un nervo scoperto lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per una quota rilevante dei flussi energetici globali: la sua stabilità è un fattore che i trader monitorano costantemente quando si parla di tensioni tra Washington e Teheran.

Anche le borse asiatiche hanno mostrato un andamento a macchia di leopardo: alcune piazze hanno frenato per l’impatto del calo delle commodity e per la rotazione settoriale, mentre altrove ha prevalso un cauto recupero, sostenuto dall’idea che un rischio geopolitico “meno caldo” possa ridare ossigeno agli asset più ciclici. Il punto è che, nel breve, la volatilità resta alta: le dichiarazioni politiche possono spostare i prezzi quanto un dato macro, e spesso anche di più.

La seduta asiatica ha raccontato un mercato che passa in poche ore da “allarme” a “riassetto”: scendono petrolio, oro e argento, ma il tema Iran resta sullo sfondo come variabile capace di riaccendere la miccia. E con i trader pronti a reagire a ogni aggiornamento, la partita potrebbe cambiare di nuovo rapidamente. 

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