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Oro di Bankitalia passa allo Stato con la manovra 2026

- di: Jole Rosati
 
Oro di Bankitalia passa allo Stato con la manovra 2026
La riserva d’oro diventa patrimonio del popolo, ma la Bce osserva in silenzio.

Nella selva di emendamenti e numeri che compone la manovra 2026, spicca un provvedimento simbolico e strategico: le riserve auree gestite da Banca d’Italia verranno formalmente riconosciute come patrimonio dello Stato, su proposta del senatore Lucio Malan (per il partito Fratelli d’Italia). Quel che era contabilizzato come attività di una banca centrale diventa così, secondo il testo approvato in commissione, risorsa pubblica — “in nome del Popolo italiano”.

Cos’è cambiato: dall’attività di Banca d’Italia alla proprietà statale

L’emendamento, ammesso dalla commissione Bilancio del Senato, stabilisce che l’oro detenuto in caveau da Banca d’Italia non sia un mero capitale della banca, bensì un bene dello Stato. In passato questa distinzione non era formalmente codificata: l’oro figurava come “attività proprie” della banca centrale. Con la modifica, invece, viene sancita la titolarità pubblica della riserva, benché la custodia resti affidata a Bankitalia — a sottolineare una separazione fra gestione tecnica e titolarità politica ed economica.

Secondo fonti recenti, il quantitativo di oro è di circa 2.452 tonnellate (tra lingotti e monete), che colloca l’Italia al terzo posto tra i paesi con le maggiori riserve auree al mondo. Questo patrimonio vale oggi centinaia di miliardi di euro e rappresenta una colonna di garanzia per la stabilità finanziaria del Paese.

Perché ora: contesto economico, debito e bilancio 2026

L’iniziativa arriva in un momento delicato per l’economia italiana: con la legge di bilancio 2026 il governo intende varare misure fiscali e di sostegno a famiglie e imprese, in un contesto che vede il rapporto debito/Pil osservato da vicino dall’Europa. Inserire l’oro dello Stato come riserva pubblica aumenta il peso simbolico — e potenzialmente pratico — di un bene considerato “bene rifugio”, valorizzando l’idea di un patrimonio comune che può garantire credibilità in caso di crisi o tensioni finanziarie.

Al contempo, secondo l’analisi della stessa Banca d’Italia, il pacchetto di misure fiscali previsto dalla manovra — riduzione di alcune aliquote IRPEF, revisione dell’ISEE, nuovi oneri su banche e assicurazioni — dovrebbe avere un impatto contenuto sul fabbisogno netto per il 2026, pur aumentando moderatamente il deficit nei due anni successivi.

Le critiche: indipendenza della banca centrale e reazioni europee

L’emendamento non è soltanto gesto simbolico: per molti osservatori rappresenta una provocazione sul fronte dell’indipendenza delle banche centrali. Al riguardo, critici temono che sancire la proprietà statale delle riserve possa aprire scenari in cui l’oro venga utilizzato per far fronte a esigenze di bilancio, comprimendo l’autonomia di una istituzione delicata come Banca d’Italia.

Dal canto suo, l’esecutivo auspica che la decisione rafforzi la fiducia dei cittadini e dei mercati nella tenuta patrimoniale dello Stato, specie in un periodo di incertezze. Tuttavia, la posizione della Banca centrale europea (Bce) resta un punto sensibile: l’istituto europeo non è stato formalmente consultato e — come riportano fonti parlamentari — non ha rilasciato commenti sul tema.

Oltre l’oro: il contesto più ampio della selezione emendamenti 2026

Il destino dell’oro è solo uno dei fili di una trama intricata. Nella mattinata del 26 novembre la commissione Bilancio ha dichiarato inammissibili 105 emendamenti su 414 presentati: 18 per estraneità di materia e 87 per mancanza di coperture finanziarie. Tra i “sopravvissuti” figurano anche tre proposte relative a sanatorie edilizie, mentre altre iniziative — come quelle legate al Mes o alla ristrutturazione fiscale per abbassare le imposte — sono state per ora respinte.

In questo senso, l’inserimento dell’emendamento sull’oro appare come una mossa calibrata: un cambio di paradigma politico-simbolico, ma senza costi immediati per il bilancio statale, coerente con l’obiettivo dichiarato di restare entro i limiti di spesa fissati dalle regole europee.

Le incognite future: cosa può succedere davvero

Riconoscere ufficialmente l’oro come riserva pubblica non significa automaticamente che verrà venduto o utilizzato: la gestione resta affidata a Banca d’Italia, e ogni eventuale utilizzo dovrà fare i conti con l’indipendenza dell’istituto e con le regole europee sul ruolo delle banche centrali. Molto dipenderà anche dalla volontà politica futura e dalla pressione dei mercati.

Ma la mossa lascia intendere chiaramente una direzione: l’oro non è solo un attivo contabile, ma un simbolo di sovranità economica, una garanzia nazionale. In un momento di tensioni globali e fragilità dei debiti sovrani, rivendicare questo tipo di riserva come patrimonio collettivo può avere un potere politico forte, oltre che economico. 

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