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Australia, Albanese non si piega a Netanyahu

- di: Vittorio Massi
 
Australia, Albanese non si piega a Netanyahu
Australia riconosce lo Stato palestinese: Albanese sfida Netanyahu
Crisi diplomatica senza precedenti: Canberra riconosce lo Stato palestinese e sfida le accuse del premier israeliano.

Canberra rompe gli equilibri

L’annuncio con cui l’Australia ha dichiarato di voler riconoscere ufficialmente uno Stato palestinese all’Assemblea generale dell’Onu di settembre ha aperto una frattura senza precedenti con Israele. Il premier Anthony Albanese ha spiegato che “Una soluzione a due Stati è l’unica via realistica per spezzare il ciclo di violenza”, ha spiegato Albanese.

La mossa, salutata da diversi Paesi come un passo di coraggio politico, è stata invece percepita da Tel Aviv come un tradimento.

L’attacco di Netanyahu

Benjamin Netanyahu ha affidato ai social uno sfogo diretto: Albanese, ha scritto, sarebbe “un politico debole che ha tradito Israele e abbandonato gli ebrei australiani”, ha accusato Netanyahu.

Le parole del premier israeliano hanno acceso il dibattito dentro e fuori i confini australiani. Per Netanyahu, la scelta di Canberra alimenterebbe l’antisemitismo e rafforzerebbe i gruppi ostili allo Stato ebraico.

La replica di Canberra: forza è principio, non violenza

A replicare con maggiore durezza è stato Tony Burke, ministro degli Interni, che all’emittente Abc ha scandito: “La forza non si misura da quante persone puoi far saltare in aria o quanti bambini puoi lasciare morire di fame”, ha detto Burke.

Albanese, pur evitando il linguaggio frontale di Burke, ha difeso la linea del governo: “Tratto i leader stranieri con rispetto, ma il mio compito è tutelare l’interesse nazionale”, ha affermato il premier.

La spirale delle ritorsioni

Il terreno si era già fatto instabile nei giorni precedenti. Canberra aveva cancellato il visto al parlamentare di estrema destra Simcha Rothman, considerato un promotore di “retorica divisiva”. Israele ha reagito immediatamente revocando i visti ai diplomatici australiani presso l’Autorità nazionale palestinese.

Gaza e la pressione internazionale

Sul fondo resta la questione umanitaria: l’Onu denuncia una “carestia diffusa” a Gaza, dove la popolazione dipende interamente dagli aiuti dopo quasi due anni di guerra. Canberra, oltre a sostenere il riconoscimento palestinese, ha chiesto più volte un corridoio umanitario immediato e un cessate il fuoco duraturo.

Opinione pubblica e tensioni interne

La comunità ebraica australiana appare divisa. Alcuni gruppi hanno espresso disagio per la scelta del governo, mentre altri hanno invitato alla calma, chiedendo che la sicurezza delle famiglie ebraiche non venga politicizzata.

Anche sul piano geopolitico non mancano i rischi: analisti australiani segnalano possibili ripercussioni sulle relazioni con Washington, soprattutto in tema di cooperazione militare e intelligence, in un contesto internazionale dominato dalle tensioni con la Cina e dalla nuova linea isolazionista della presidenza Trump.

Un punto di non ritorno

La crisi diplomatica tra Australia e Israele segna un punto di svolta. Albanese e il suo governo hanno scelto di anteporre i principi di pace e diritto internazionale alle convenienze immediate. La reazione di Netanyahu, aspra e senza filtri, mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra Tel Aviv e i Paesi che decidono di aprire la strada al riconoscimento palestinese.

In questa contrapposizione si legge non solo la tensione tra due leader, ma un vero confronto di visioni: da un lato chi invoca il dialogo come misura della forza, dall’altro chi risponde con il linguaggio del sospetto e della ritorsione. L’Australia, intanto, sembra aver tracciato una rotta irreversibile. 

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