Istat Fumo e alcol, la normalità del rischio: in Italia un vizio su cinque
- di: Cristina Volpe Rinonapoli

Un italiano su cinque fuma. Uno su sette beve alcol in quantità o modalità dannose per la salute. I numeri sono quelli del 2023, ma raccontano un’Italia che sembra non voler cambiare. L’Istat li ha messi nero su bianco, nella Giornata mondiale della salute, come un promemoria ignorato: il 18,7% della popolazione dai 11 anni in su tiene in mano una sigaretta con regolarità, mentre il 15% rientra tra chi consuma alcol con abitudini definite a rischio. Una percentuale che si fa più nitida se si guarda ai volti: più uomini che donne, più adulti che anziani, più giovani che mai.
Istat Fumo e alcol, la normalità del rischio: in Italia un vizio su cinque
Il vizio della sigaretta non scende, non sale, resiste. È lì, come un’abitudine che ha superato i decenni e le campagne antifumo, come se ormai fosse parte dell’arredo culturale. Gli uomini guidano la classifica, ma non sono soli. I dati Istat non mostrano picchi, ma nemmeno cali: la stabilità del danno. In molte famiglie, il fumo è la sigaretta accesa fuori dal balcone, il pacchetto lasciato sul tavolo, l’odore nelle dita che non sparisce nemmeno col sapone.
Bere troppo, troppo spesso, troppo presto
Il vero allarme però suona altrove: nel consumo di alcol. Il 15% degli italiani beve in modo che l’Istat definisce a rischio. E non si parla solo del bicchiere di troppo, ma di due fronti precisi: l’eccedenza abituale, quella che ogni giorno spinge oltre i limiti consigliati, e l’ubriacatura occasionale, ma sistematica, il binge drinking. Fenomeno quest’ultimo che ha un’età: quella della notte. Ragazzi e ragazze che bevono per dimenticare, per resistere, per diventare qualcuno per qualche ora.
I giovani non lo sanno, e se lo sanno non importa
C’è un problema di percezione, dicono gli esperti. Ma più che un problema sembra un vuoto. Un’adolescenza che fuma e beve senza sapere cosa sia una patologia epatica, un carcinoma, una dipendenza. Oppure lo sa, ma il danno è così lontano nel tempo da sembrare irreale. La prevenzione c’è, ma è una voce sottile che si perde nel rumore. E intanto l’età della prima sigaretta, del primo drink pesante, si abbassa di anno in anno.
Una sanità che rincorre i danni, mai le cause
Le patologie legate a fumo e alcol sono tra le più gravi e diffuse. Tumori, infarti, broncopatie, cirrosi, incidenti, violenza. Il sistema sanitario lo sa, ma spesso interviene quando è già tardi. La prevenzione è un cartellone in ospedale, un dépliant nello studio del medico, una lezione a scuola ogni tanto. Troppo poco per cambiare rotte che affondano in cultura, abitudini, stress.
La fotografia è scattata, ora bisogna leggerla
I numeri, da soli, non bastano. Ma fotografano un Paese che ha fatto pace con i suoi vizi. Che li gestisce più che combatterli. Che li giustifica, li riduce a faccenda privata, a scelta individuale. Quando invece – come insegna ogni ambulatorio di pneumologia o ogni pronto soccorso – sono fatti pubblici, collettivi. La domanda non è quanti fumano o bevono. Ma perché continuano a farlo, pur sapendo tutto. E se qualcuno, oltre a contarli, ha davvero intenzione di cambiare questa storia.