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Ischia: il dolore non cancelli la rabbia, le colpe e le complicità

- di: Diego Minuti
 
Ischia: il dolore non cancelli la rabbia, le colpe e le complicità
Mentre ancora si scava, si scandaglia e si prega, cercando nel fango di Ischia superstiti o corpi, è deprimente assistere ad una finta ricerca di responsabilità in cui si eccelle nella specialità (non solo italiana, a dire il vero) di scaricare colpe su altri.
Il nostro essere perennemente ''sfasciume pendulo sul mare'', come descrisse l'Italia il meridionalista Giustino Fortunato, non ci monda dalle colpe generali che ci perseguitano da sempre. Piangere oggi i morti di Ischia è comprensibile, ma, asciugate le lacrime, dovremmo tutti chiederci perché, ciclicamente, ci ritroviamo a celebrare il triste rito del dolore collettivo e di metterlo da parte quando il clamore sarà scemato, quando le troupe delle televisioni andranno via dall'isola, magari per seguire un altro disastro, lasciando questo territorio bellissimo eppure tormentato a piangere.

Ischia: il dolore non cancelli la rabbia, le colpe e le complicità

Sì, le nostre sono le parole che si sentono in occasioni del genere praticamente da sempre, però forse sarebbe opportuno che, come Paese, in un rito collettivo di purificazione, cercassimo non solo le colpe, ma anche coloro che ne hanno il peso. Non per una giustizia sommaria, ma perché sarebbe il primo passo verso il risanamento del Paese, non dai guasti del territorio, ma morale. Ischia è un simbolo, ma non il solo purtroppo, di come molti (non tutti, per fortuna) amministratori hanno inteso il loro ruolo, spalancando praterie davanti alla speculazione edilizia, che non è solo quella dei palazzoni e dei ghetti, ma anche di chi costruisce la sua casa, in spregio delle più elementari norme della sicurezza.

A farci inorridire non sono sole le decine di migliaia di richieste di condono scatenatesi sull'isola dopo il decreto Genova, ma il fatto che quando un coraggioso magistrato ha cercato di fermare gli abusivismi, la gente sia scesa in piazza, mentre contro di lui fioccavano le minacce di morte.
Il motivo di quella ribellione allo Stato e alla ragionevolezza è un concetto che, nella sua distorsione, è una vera e propria bestialità: il diritto alla casa che tutto giustifica. Se la casa è un diritto a vegliare su di essa c'è il Diritto, quello con l'iniziale maiuscola, il complesso di leggi e norme che tutelano il singolo e la collettività. Perché se la sicurezza di una persona o di una comunità è messa in pericolo da un abuso non ci sono giustificazioni che reggano: lo Stato o la Giustizia devono intervenire, affinché la protervia non divenga prassi. E devono intervenire con equilibrio, senza farsi condizionare da fattori esterni, quali la politica.

Oggi, a leggere le dichiarazioni di tanti politici, il fiume di lacrime e dolore sembra avere il sopravvento su tutto. Ma dove erano i politici quando i pretori dicevano che le troppe licenze edificatore, in zone idrogeologicamente a rischio, erano un ordigno pronto a esplodere e distruggere? Dov'era il buonsenso quando nemmeno tragedie insegnavano ad avere un minimo di ragionevolezza, per sapere dire di no ad un potenziale elettore che veniva a bussare chiedendo di vedere salvata la propria casetta, magari costruita accanto al corso di un fiume o su un costone di roccia o, magari, ad un passo dal mare?
Le colpe non sono però solo di chi amministra una realtà territoriale, ma soprattutto di chi, da Roma, detta le regole e i tempi. Ma ormai dovremmo essere abituati, anche a chi disconosce se stesso, dimenticando di avere apposto una firma, in bella grafia, in calce ad un decreto che nell'intestazione portava scritto appunto ''condono''.
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